Anni freddi e grigi, anni di piombo, anni Settanta. L’inverno di Torino è lungo e cupo come il suo cielo minaccioso, le periferie ribollenti, le fabbriche in rivolta. Tra agguati, attentati, processi alle Br, covi di Prima Linea, violenza e conflitti sociali la lunga strada del terrorismo sembra non finire mai. La città degli operai è in guerra. I giornalisti in trincea. E’ il momento più cruento della battaglia. Alcuni vengono gambizzati, altri minacciati, qualcuno ci lascia la pelle.
Vito Brusa è capo redattore di un’agenzia stampa dell’Unione Industriale. La voce del padrone. Vito non è un cronista in trincea, non è un cronista d’assalto, non è un cronista con il coltello tra i denti. Sta seduto otto ore nel suo ufficio, dove ha ben poco da fare. E’ però un tipo ingegnoso e per fare in modo che le ore non sembrino interminabili, per abbreviarle ha trovato un sistema delizioso. Lo fa in segreto, chiuso nella stanza.
In redazione, si lavora per giornali e televisioni locali, ma nessuno sa che cosa realmente Vito faccia tutti i pomeriggi. Nel pieno del ticchettìo delle macchine da scrivere lui compare sulla porta della redazione e comunica:
“Ragazzi, mi ritirò di là e metto giù un po’ di titoli. Non chiamatemi per nessuna ragione”. Detto fatto. Vito, alto, massiccio, occhi basedowiani, collo largo come la spalla di un coccodrillo scompare dall’uscio. Robusta manata sulla porta del suo ufficio, bottega chiusa. L’agenzia fornisce notizie quotidiane per i giornali locali e noi redattori conduciamo anche un telegiornale su una televisione privata. Per molto tempo si è pensato che Vito dormisse, la testa appoggiata sulla scrivania di legno, il ronfo sordo, o che guardasse la televisione con le cuffie, i piedi con i pedalini appoggiati nel cassetto. Per un paio di mesi le sue scomparse pomeridiane hanno coinciso anche con quelle di un’anziana segretaria. Vito e Ada.
E’ un pomeriggio di primavera. Torino è spazzata da un vento gelido, in una cabina telefonica le Br hanno lasciato il solito messaggio. La redazione dell’agenzia è tappezzata di foto di terroristi. Sembra un ufficio della questura. La speranza è d’incontrare per strada un brigatista, portarlo in televisione e intervistarlo. Fessi. L’apertura del nostro telegiornale della sera l’ha già decisa Vito al mattino. Sarà l’inaugurazione della Fiera del Trattore di un paese del cuneese. A metà pomeriggio, chino sul trattore, sento un forte dolore alla stomaco. Esco e vado al bar. Tento con un citrato, poi con una limonata calda. Niente da fare. Il pezzo sul trattore non fa un metro e resto piegato in due. Vito è chiuso di là. Esce per una rapida fuga in bagno e mi trova nel corridoio.
“Qualcosa non va?” domanda con il solito sorriso a metà tra il rude giornalista dalle tante battaglie e il bonario cronista della porta accanto.
“Niente. Forse lo stomaco…”
Vito si guarda intorno. Gira la testa, osserva, scruta il corridoio. In questa sequenza di movimenti noto una dote straordinaria. La mimica facciale. Tipo Fernandel. A differenza dell’attore francese però muta l’espressione del volto un fotogramma alla volta. Come un film quando passa alla moviola.
“Mal di stomaco? Oh perbacco!”.
“Non è niente..Passerà”.
“Ma scherzi? Vai subito a casa” ribatte paterno.
“Non posso, grazie. Devo condurre il telegiornale questa sera. Ci sono solo io. Non ricordi? E poi la fiera del trattore…E tutto il resto. No Vito, rimango. Andrà meglio, vedrai”.
Insistere cambia il gioco, ormai le parti si sono invertite. Vito, il capo, vuol spedirmi a casa, io voglio rimanere. Imbarazzo. Lui non sa più chi è, io nemmeno. Osservo un’altra sequenza di Vitofotogrammi , poi lui mi mette una mano sulla spalla e mi accompagna verso il suo ufficio.
“Forse ho il rimedio per te” dice in un sussurro. Mi coglie un atroce sospetto. Che Vito sia culo. Adesso mi spinge nella stanza dei misteri e tenterà di baciarmi. Il mio povero stomaco si comprime ancor di più. Non è così, per fortuna. Vito porta l’indice al naso. “Zitto” dice. Apre la porta.
Quello che mi compare davanti agli occhi è la più sensazionale scoperta giornalistica dell’anno. In pieno clima da guerra civile, con Torino nel sangue, i terroristi alla porta Vito che fa? Distilla grappa. Ecco il segreto della porta chiusa. Trascorre i pomeriggi armati estraendo acquavite da vinacce scelte. Mi fa entrare e chiude l’uscio alle spalle. Senza dir nulla mi mostra, con ampio gesto del braccio il suo capolavoro. Sulla scrivania, ripulita di fogli, macchine da scrivere, pile di notizie, tutta mercanzia inutile, sono distesi, come uno scheletro di dinosauro, una serie di recipienti, tubi di vetro, alambicchi. Nell’ultimo gocce lente calano con regolarità in una provetta. Tutt’intorno una sorta di condensa impedisce di capire il percorso scientifico di quella grappa.
Vito mostra la faccia migliore di sè. Sbotta in una risata. Si slaccia la cravatta.
“Guarda. E’ un capolavoro o no?”.
Non posso fare a meno di assentire, rapito da quel marchingegno da Mago Merlino.
“Eccezionale” dico con lo sguardo rapito su quelle bolle di vetro.
“Sai che cos’è?”.
“Una distilleria. Suppongo”.
“Bravo! Molto bene! Vedo che te ne intendi. Vieni a vedere da vicino. Su, coraggio! E’ una meraviglia”.
Berto passa a lato della scrivania, mi indica l’ultimo alambicco con la piccola provetta sotto.
“Vedi quella? E’ grappa pura”. E giù una risata oceanica.
“Pura?”
“Ci sto lavorando da tanto tempo. Voglio arrivare ai novanta gradi, capisci? E’ la mia scommessa con questa vinaccia”. Vito guarda la sua provetta con una serie di espressioni facciali in rapida sequenza. E’ come se la sua massa cerebrale si fosse messa improvvisamente a girare. E’ chiaro che sta distillando alcool e non grappa. Ha un sussulto, si volta verso di me e si ricorda dei miei dolori di stomaco.
“A proposito! Come va lo stomaco?”
“Non c’è male” mento. Ho capito dove andremo a finire.
“Perché non tentiamo un rimedio da vecchio montanaro?”.
“Ho il trattore di là e…”. Balbetto.
“Lascia stare quella stronzata dei trattori. Beviti un sorso di una grappa speciale che ho finito ieri. E’ quello che ci vuole per te”.
Non rispondo. Tanto non riuscirei a tirarmi indietro. Vito si stacca dalla distilleria, attraversa l’ufficio e si attacca al secondo ripiano della libreria. Per un secondo ho l’impressione che voglia tirarsela addosso. Invece, alza un gancio di ferro e la libreria si apre a ventaglio. Dietro, su uno scaffale in ferro una luna fila di bottiglie. Tutte piene, ordinate, etichettate. Bianche come la grappa. Sono esterrefatto. Prende la prima, la guarda in controluce, l’annusa.
“Guarda, lo faccio per te”.
Prima che possa muoversi, tento l’ultima carta.
“Vito, guarda che sto molto meglio. Sarà questo odore di vino, l’atmosfera, l’aria di cantina. Credimi adesso va tutto bene. Ti ringrazio. Sei davvero un collega gentile. Ma non ho proprio più bisogno di nulla. Torno al mio trattore…”.
“No, no. Assolutamente no. Anzi, ora che stai meglio apprezzerai di più il gusto di questo capolavoro”.
Richiude la libreria, prende un cavatappi dal cassetto dove ci stanno penne e matite e stappa il capolavoro. Non faccio a tempo a fare il solito gesto “un dito solo” che ne versa mezzo bicchiere da cucina. Fottuto.
“E adesso, bevi! Sentirai. Una bomba!”.
Agguanto il bicchiere, lo guardo in controluce, lo scuoto. Prendo tempo. Abbozzo un sorriso. Vito è fisso, immobile, zero fotogrammi. Una rana zoppa sul bordo di uno stagno di escrementi. Prendo la decisione in una frazione di secondo. Ingollo il bicchiere in un colpo solo. Quello che è successo dopo lo ricordo appena. Una sola sensazione, prima di crollare sulla poltrona di Vito. Netta, precisa, lineare. La grappa che scende nel collo come un acido, s’infila bruciando per le budella e buca lo stomaco come se fosse un foglio di carta. Mai provato niente di simile. Faccia rossa, pelle d’oca nei capelli, occhi in lacrime.
Vito ride, è contento.
“Hai visto? Che colpo! Passato il mal di stomaco?”.
“Gasp”.
“Sai a quanto era questo grappino?”
“Un siluro” dico mentre mi asciugo il sudore e tento di alzarmi dalla poltrona.
“Settantacinque gradi!”.
Esco. Lui resta davanti alla sua distilleria. Mi risiedo in silenzio alla mia scrivania. Fuori tira un vento bestiale, è pomeriggio inoltrato. Mi sento improvvisamente leggero, lo stomaco si è aperto, ho quasi un vuoto. Alle cinque ho fame. Alle sei prendo caffè e brioche. Alle sette leggerò il telegiornale tenendo un panino al prosciutto dietro al microfono.
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