
Sto seduto alla mia scrivania da una settimana. Mi hanno messo nella cosiddetta cucina. Titoli, sommari, occhielli. Ci sono giornalisti tagliati per scrivere, altri per cucinare. Non so se appartengo alla prima categoria, certamente non alla seconda. A Grazia la cucina ha un rilievo enorme. La maggior parte della giornata la dedico a bozze e impaginati. Titoli sempre uguali, insulsi, piatti come saponette. La Vanni vuole che non si spaventino le lettrici. Con gli articoli si parte da lontano, si evitano il più possibile prese di posizione, guerre, politica. Quando il clamore li impone, gli argomenti si affrontano con la dovuta lentezza, a settimane di distanza, centellinando le parole. Per tutti gli accidenti di questa terra c’è sempre un rimedio.
In una di queste prime luminose mattine da cronista, mentre sto calibrando un sommario sulle palle colorate di una saga invernale svizzera, mi arriva di spalle Aleardo Putti, vicedirettore, la faccia buona della Vanni, l’uomo che non sa mai dire no, gran mediatore, aspetto sacerdotale, voce suadente, accento siciliano. Prima di quel giorno non lo conoscevo. Anzi, per molto tempo avevo creduto che quella persona che vedevo scivolare lungo i corridoi e nel parcheggio fosse il capo degli elettricisti della Mondadori.
Chissà perché. Vedevo da anni quest’uomo, anche molto tempo prima di arrivare a Grazia, e mai avevo pensato che fosse un giornalista. Credo che sia anche un fatto fisico. Alcuni li riconosci subito. Ci sono a Panorama Giampiero Borella e Carlo Rossella, entrambi inviati. Non hanno nulla in comune, ma il mestiere che fanno è palese. Uno indossa tutto l’anno jeans sdruciti, giacca di velluto, camicia sbottonata, ha la faccia segnata, i capelli in disordine, il taccuino infilato nella tasca posteriore dei calzoni. L’altro veste come un lord inglese, abito grigio scuro, camicia bianca, cravatta regimental, scarpe nere e lucide, la mazzetta dei giornali americani sotto il braccio. Si vede subito che non sono i giardinieri dell’azienda.
Così quel giorno, quando Aleardo Putti mi si acquatta dietro la scrivania e mi mette una mano sulle spalle sono convinto che si tratti dell’elettricista capo.
“Ciao sono Aleardo Putti” dice tendendomi la mano.
Non so chi ha mandato qui questo elettricista, penso. Forse ho una lampadina bruciata. O mi mettono una macchina da scrivere elettrica, non so. Lo guardo. E’ ben vestito, camicia stirata alla perfezione, cravatta intonata, profuma di pulito. Forse alla Mondadori pagano bene anche gli elettricisti. Chiunque sia spero che si sbrighi.
“Ho questa dannata macchina che si inceppa sempre” dico, mentre indico la vecchia Olivetti verde portatile che ho in dotazione.
Putti sorride, scuote la testa, inclina il collo. Muove entrambi come fa Mike Tyson sul ring prima dell’incontro per sciogliere nervi e muscoli. Stazze diverse, corporature differenti, ma quel gesto è identico.
“Eh, tutti abbiamo avuto una Olivetti di recupero. Qui si comincia così” dice sospirando con quell’aria notarile e curiale “Ma vedrai. Con il tempo tutto migliora”.
Chissà, ho come il sospetto che non sia l’elettricista. La conferma arriva dal caporedattore che s’intromette nel dialogo: “Questo è il nostro vicedirettore, Aleardo Putti. Aleardo, questo è il nuovo acquisto” dice con un buffetto sull’unica mia spalla che Putti lascia libera. Finalmente ho capito. Mi alzo e gli stringo la mano. E’ asciutta, calda. E’ com’è Putti. Asciutto, idrorepellente, tutto gli scivola addosso e scompare senza lasciare apparente traccia. La Vanni lo tartassa senza pietà e lui esce dalle riunioni cantando. Come un ufficiale inglese prigioniero dei giapponesi. Medita davanti alla finestra. E nei momenti peggiori si sfila un cardigan scuro da ufficio, si mette la giacca sulle spalle e va a gironzolare nel supermarket interno alla Mondadori.
Certo Aleardo non è un uomo da battaglie, ma qui l’aria è di calma piatta. Aleardo ha una sua specialità. Il lento passaggio dei pezzi. Quello cioè che noi facciamo con una rapidità sorprendente per toglierci dai piedi quello che gli altri scrivono male e dobbiamo rifare al meglio, lui può passarci anche una mattina. Se ne sta là alla sua macchina, le immense finestre affacciate sui prati, lui con il compassato ticchettio della sua macchina, le pennellate di sbiancante, la penna per rimettere tutte le parole a posto.
Un mercoledì, inaspettatamente, arriva il momento del primo pezzo da scrivere. Stupore. Soprattutto mio. E un certo sollievo. Sempre mio, perché chi scrive non è tenuto a fare “cucina”, almeno fino a quando il pezzo non è completato. E’ una prassi. Quasi che chi compone debba essere libero da ogni pensiero. Così libero che ci sono almeno un paio di colleghe, molto anziane, limite della pensione, che per scrivere stanno a casa. Cioè, non vengono mai. I primi tempi ero convinto, che data l’età, usassero verso di loro un trattamento di favore. Poi ho capito che era così per tutti. Dunque, vedo Aleardo uscire dall’ufficio del direttore e camminare svelto verso la mia scrivania. Tiene in mano dei fogli, delle fotografie, un impaginato.
“Questa volta tocca a te!” dice come se avesse saputo che ho vinto il Nobel.
“Bene” mi limito a dire. Qui ho capito che non si deve mai andare oltre la soglia di una moderata contentezza. Tanto è inutile. Aleardo mi piazza sulla scrivania un foglio di plastica di quelli che contengono le diapositive.
“Sono stupende” dice allungandomi una lente da grafico “Guardane una”. Le guardo, ma non si capisce molto. Mento:
“In effetti sembrano interessanti. Di che cosa si tratta?”.
Putti muove il suo collo, pensa, accenna a parlare e poi si ferma, come quelli che fanno un gesto mimico prima di aprire la bocca, lui lo fa scuotendo il plafond di plastica e poi alla fine dice:
“Credo si tratti di un eccezionale avvenimento sportivo. Non me ne intendo, ma tu che hai fatto il cronista dello sport dovresti saperne di più. E’ proprio per questo che ti affido il servizio. E’ una faccenda delicata, ma se tu sai muoverti bene, vedrai che ne esce un ottimo lavoro”.
Guardo Putti che mi sta a fianco con le sue diapositive in mano. Ha un mezzo sorriso, fa sì con la testa, la camicia azzurra è proprio ben stirata. Posa le foto sul mio tavolo, è fatta. E’ contento, mi dà qualche consiglio:
“Devi scrivere questo pezzo così. Deve essere ben amalgamato”. Non capisco nulla, ma annuisco. Putti mi spiega come vuole che sia con una specie di mimica. Per me è una novità, non ho mai visto un vicedirettore che si esprime a gesti. Capirò poi che questo è il Putti classico. Lui mi dà la cosiddetta dritta tenendo le mani a mezza altezza, con le dita socchiuse, muovendole a conca come se disegnasse nell’aria una specie di sfera, di palla, di rotondità. Fammi un pezzo così, dice. Come? Così, spiega con le sue mani ben curate che ruotano, la palla nell’aria, il gesto che nessuno ha mai interpretato davvero.
Putti è come le sue mani. Lui naviga nelle tempeste di un direttore capriccioso e volitivo. Non è un guerriero, non va all’assalto di nulla, è un capitano di lungo corso che aggira le balene per non sbatterci dentro. La Vanni d’altra parte è un po’ come una balena. Anche fisicamente. Veste sempre di nero, gonne lunghe, muove i suoi piccoli passi scivolando sulla moquette grigia di Segrate.
La Vanni è una potenza nell’azienda. Il suo Grazia è la seconda corazzata del gruppo. Stilisti, case di cosmetici, grandi società commerciali investono decine di miliardi l’anno in quel giornale.
La Vanni balena guida la corazzata secondo simpatie, interessi, amicizie del tutto personali. Ma lo fa così bene che è una donna intoccabile. E anche quando il giornale accusa perdite gravi nelle vendite, nessuno, nemmeno l’amministratore delegato in persona, muove critiche. Lei fa, disfa e decide. Se le vendite vanno male, i buchi sono coperti da montagne di pubblicità. Ci sono donne che dirigono altri periodici femminili cacciate dal loro posto per avere perso qualche migliaio di copie.
La Vanni è una regina anche per gli stilisti. Giorgio Armani non uscirebbe mai dal suo studio per rendere omaggio a qualcuno. E’ da lui che si va, se si appartiene al giro di “eletti”, non il contrario. Ebbene il primo Natale che sono a Grazia vedo arrivare Armani dal fondo della redazione. Passa con la sua giacca nera omonima, ignora gli inchini delle colleghe della moda che si prostrano linguate a terra e va diritto verso l’ufficio del direttore. Armani è qui per fare gli auguri alla Vanni. Altrochè balle. E lei sorride. Ma solo quando c’è Armani, quando si parla di Krizia e quando ci sono le grandi sfilate di Milano.
Se la Vanni sbaglia un numero del giornale la colpa è degli altri. Del direttore generale, dei pubblicitari, del marketing, dei grafici, delle segretarie, dei giornalisti e, ovviamente, di Putti. Il quale incassa, come un pugile pagato per difendere il titolo di un altro. Lui esce dall’ufficio del “tavolo rotondo”, una specie di sala riunioni, con la bocca chiusa, il collo in movimento, la faccia scura. Si capisce subito che là dentro c’è stata tempesta, un uragano silenzioso perché la Vanni non alza mai la voce. Putti torna al suo posto come uno scolaro diligente che deve sopportare il peso di una maestra irascibile. S’infila la giacca, guarda che i polsini siano in ordine, siede davanti alla sua macchina da scrivere e come se il tempo, i fulmini, i tuoni non ci fossero stati, come se di là si fossero scolati una bottiglia di gin e fumato un sigaro, lui, l’ineffabile dice: “Bene, allora cominciamo?. Solo questo. Non si sa a chi lo dica. La frase è sussurrata, detta con calma, senza guardarsi intorno. Putti la dice a se stesso, forse.
Sta di fatto che non mostra alcun segno d’ira, di nervoso, di rabbia. Se potesse prenderebbe la Vanni e la farebbe a pezzi. Ma lì non si vede. Nel breve tragitto che separa l’ufficio del direttore dalla sua postazione riesce ad ingoiare il rospo, a sbollire l’ira e a ritrovare il suo immutabile aspetto. Lo chiamano Lou Grant, come il giornalista dei telefilm americani. Gli assomiglia fisicamente, ma Putti è un siciliano, un uomo d’onore, introverso, schivo. E’ soprattutto un uomo buono, perciò soffre. E per questo la Vanni lo tritura come una granita alla menta.
Putti è anche famoso per i suoi acquisti. Compito del vicedirettore e dei capi redattore è di acquistare, possibilmente andandoci piano, fotografie e articoli già composti dalle grandi agenzie specializzate. Una buona parte dei settimanali femminili e del pettegolezzo compra infatti interi servizi fotografici, compresi gli scoop, già confezionati. E lo scoop è tanto maggiore quanto è più alto il prezzo.
Se un giornale spende dieci milioni per una foto può averne l’esclusiva, altrimenti se la vuole pubblicare ad una cifra inferiore, deve accontentarsi di dividerla con tutti gli altri, concorrenza compresa. Ora, in questo Putti è davvero un maestro. Lui acquista tutto, qualunque servizio gli propongano i venditori delle agenzie. Compra e mette in un cassetto. Accumula montagne di foto inutili, vedute del Polo Nord, fiori che sbocciano, alci in calore, marmotte del Canada, grattacieli dipinti a mano, campionati di auto elettriche, pitture sui muri di New York. E’ probabile che nemmeno lui sappia che cosa gli rifilano quei succhia soldi, ma poco importa.
Aleardo, che ha una maniacale predilezione per natura e paesaggi, dà un’occhiata, osserva in trasparenza le diapositive e le nasconde nel segreto del suo armadio. Il che significa che possono restare lì anche due o tre mesi. Ogni tanto, a seconda delle stagioni, in genere hanno la meglio l’autunno e la primavera, tira fuori dieci fotografie sul letargo degli orsi canadesi.
O, come nel mio caso, su quello che mi è parso di capire essere un freeclimber, uno cioè che scala le montagne con le mani. Mi è parso, ma non ne ho nessuna certezza. Anzi, potrebbe anche essere un cercatore indiano di perle marine.
Putti mi ha lasciato una sola fotografia: “Basati su quella” mi ha detto “E poi fai qualche ricerca al centro documentazione. Insomma, metti tutti i condimenti al posto giusto”.
Se giro la fotografia per orizzontale quell’individuo in costume da bagno potrebbe anche essere un pescatore accovacciato su una roccia dell’Oceano Indiano. Non ho punti di riferimento, indicazioni, una qualsiasi informazione dalla quale partire. Guardo meglio la foto nell’ingranditore dei grafici. L’uomo è effettivamente uno scalatore, ma si vede solo a metà. Le mani sono aggrappate non ad un chiodo fisso, ma ad una sporgenza bianca, una specie di mezza luna che prosegue nella parte della fotografia che non si vede. Chissà.
Il capo dei grafici sorride. E’ lui che ha mandato il resto delle diapositive a sviluppare. Ne ha impaginati a centinaia di servizi così inutili. In basso, dove l’immagine sfuma, leggo Christophe Dat. Punto.Chi è Christophe Dat? Un freeclimber francese, campione d’Europa, no del mondo, ripreso in un difficile passaggio durante una gara internazionale sulle Alpi francesi. Quella sporgenza bianca a cui si aggrappa è marmo puro. E i piedi che non si vedono appoggiano su un balcone di granito largo mezzo millimetro.
Ci siamo. E’ sposato, ha due figli, è ormai vicino ai quaranta ma per nulla al mondo lascerebbe quella presa bianca scolpita dalla natura sulla più terribile delle pareti del pianeta. E visto che ci siamo aggiungo una breve dichiarazione di Dat: “Adoro queste montagne, amo mia moglie, nulla mi eccita più di questa roccia così bianca”. Invento tutto. Molto bene. Non ho neanche bisogno di rivolgermi a quei pidocchiosi del centro documentazione che ogni volta che gli chiedi qualcosa sembra che ti facciano un regalo. Il pezzo fila via liscio come l’olio, una fredda mattina d’estate, le Alpi illuminate dal primo sole, e lui, il campione, l’eroe di Francia, il mito della montagna Christophe Dat che, sprezzante di ogni pericolo, stringe tra le dita pezzi di roccia bianca e luminosa come quel cielo azzurro che rischiara una giornata che si preannuncia memorabile e che farà di Christophe lo sportivo dell’anno.
Ora, va detto, che tra le abitudini di Grazia c’è anche quella di poter fingere di essere presenti agli avvenimenti che raccontiamo sul giornale. Come fossimo inviati. Mi resta il dubbio su quella sporgenza bianca, ma siccome non capisco che cosa sia e Christophe nemmeno, chiudo il pezzo con il tramonto rosa e Dat che alza festante il suo trofeo.
Che cosa sia la sporgenza bianca lo capisco molto bene due giorni dopo, quando l’impaginato del giornale è sulla mia scrivania, pronto ad andare in stampa. Guardo le pagine, leggo che ci sia la mia firma, sollevo lo sguardo sulle grandi foto. Resto immobile al mio tavolo, appiattisco bene il cartone che tiene insieme le due pagine, osservo i dettagli di quelle immagini ora così evidenti e quasi non riesco a crederci. Dat non sta scalando una vera montagna, in quelle foto che nessuno mi ha fatto vedere, che Putti tiene nascoste nel suo armadio, che i grafici manovrano in gran segreto non ci sono vette e tramonti e nemmeno pareti impervie.
Dat mi appare adesso in tutta la sua triste finzione. Ora che la foto allarga i suoi confini, che il bordo in alto della diapositiva si alza, che quella sporgenza bianca e luccicante che mi era sembrata una roccia completa la sua forma, capisco. Taccio incredulo. Sto fermo e vedo che Dat è aggrappato alla parte inferiore di un gabinetto, al bordo di ceramica di una tazza del cesso, ad un water che ha l’asse rosso sollevato. Che Dat non è sulle pareti delle Alpi, ma su uno spunzone di roccia alto tre metri e non duemila, che gli appigli per quella ignobile farsa non sono misteriosi agglomerati di pietra, ma volgari componenti di un bagno completamente arredato e “inchiodato” ad una parete rocciosa. Dat sta appeso al cesso, ma i piedi, che nell’unica foto che mi aveva dato Putti non vedevo, sono appoggiati al lavandino. E a destra, in un altra immagine, ci sono anche lo sciacquone e un delizioso bidè.
In alto, in una foto ancora diversa che i grafici si sono dilettati ad impaginare con eccezionale gusto estetico e senza trovare nulla da obiettare, c’è una luccicante vasca da bagno. Chiudo subito l’impaginato. Mi sfuggono le piastrelle, i portasciugamani, la doccia e chissà che cos’altro. Non posso però di fare a meno di vedere, in piccolo ma nitido, il nome dell’azienda che produce water e lavandini.
Mi guardo intorno. Cerco una spiegazione. Prendo sottobraccio le pagine e filo verso il tavolo di Putti. Lui le guarda, sorride, è vero quel water è un po’ evidente. Una volgare pubblicità spacciata per giornalismo. Ma il servizio resta spettacolare, sì forse anche la marca del bagno è di troppo, forse l’alpinista non è proprio in montagna, forse non è campione del mondo, forse non si chiama Dat, forse la foto è stata scattata nel giardino di casa del padrone dei cessi e poi girata in verticale, ma siamo in un mondo dove una buona ceramica vale più di tutto il resto. “
“Va bene” mi dice Putti con una mezza torsione di collo “Tu hai scritto un buon pezzo. Hai ragione, tagliamole via queste docce”.
Così, il vicedirettore ordina di rimpaginare il servizio. Dat viene tagliato, messo su una guglia del Montebianco, aggiunti altri alpinisti che prima non c’erano. Osservo il lavoro dei grafici, che non sanno che cosa fanno, né chi ha scritto il servizio, né che significato hanno foto e testi. Putti mi appoggia una mano sulla spalla, scuote la testa e va nel suo angolo a guardare il foglio infilato nella macchina da scrivere.
Il mio “A mani nude verso il cielo”, titolo di Putti, esce confuso, disordinato con un testo che non corrisponde alle fotografie. In redazione nessuno lo ha notato. Qui non si legge e meno che mai i pezzi degli altri. Meglio così. Dimentico, fino a che un mattino la segretaria mi consegna un pacco, anzi me lo getta sulla scrivania, come suo solito. Lo apro, dentro ci sono una busta e una specie di posacenere a forma di vasca da bagno.
La lettera dice: “Con i complimenti della nostra azienda. Lei signor Kentucky ha vinto il premio giornalistico dell’anno per il miglior articolo sui prodotti da bagno. Accluso alla lettera troverà un oggetto d’arte che simboleggia la nostra attività industriale”. Seguono firma e timbro con il marchio della fabbrica che aveva appiccicato Dat con il suo cesso sulla finta parete di montagna. Non può essere vero. A pensarci bene è una palla. Ma sotto sotto, molto sotto, ci credo. Almeno per un po’ di giorni.
Un pomeriggio, quando torno dalla mensa trovo due colleghi anche loro nel posto sbagliato al momento sbagliato, che soppesano la mia vasca. Uno mi guarda, meravigliato:
“Ci hanno detto che hai vinto un concorso importante…Queste vasche da bagno in miniatura le danno solo ai giornalisti più affermati dei settimanali femminili”.
“Già, sara uno scherzo…”.
“Uno scherzo? La ditta dei cessi è stata informata, sanno che ti sei battuto per avere quel servizio sul giornale. Perciò ti premiano. Sei uno che sta dalla loro parte. Guarda, anche il direttore ha ricevuto una lettera che spiega perché hanno scelto proprio te” dice il collega mentre mi mostra una busta.
La osservo bene, è uguale a quella che avevo aperto qualche giorno prima. Stesso timbro, stessa carta intestata, un po’ diverso il contenuto. Dice: “Comunichiamo a Lei signor Direttore che il suo redattore ha vinto l’annuale premio giornalistico “A cagher sulle Alpi”.
Ci sono cascato mani e piedi. Uno scherzo da caserma. Il clima è questo, ed è la faccia mediocre di questa redazione. Se le nostre sono braccia rubate all’agricoltura la Vanni non deve saperlo.
alan.ansen@yahoo.it
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