1990 Tarli di Segrate addio

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C’è una nebbia sconsolante quando alle 8,45 di quel mattino d’autunno inoltrato arrivo per l’ultima volta a Segrate. Dal giorno dopo mi avventurerò in un altra storia, dopo quasi dieci anni trascorsi in questa landa milanese. Parcheggio la macchina in un silenzio ovattato e mi avvio verso l’ingresso riservato ai giornalisti. File di alberi, un lungo prato da attraversare, e poi il gigantesco parallelepipedo di cemento e vetro. Ci vuole sempre un po’ per arrivare dal posteggio alla redazione. Il tempo di percorrenza però dipende dall’impegno che uno ci mette. E questo è molto variabile. I direttori in trenta secondi sono dentro. Hanno la falcata lunga, la testa eretta, lo sguardo che scruta le vetrate dietro le quali si spera che il presidente dia un’occhiata ogni tanto. I vicedirettori sul sentiero d’asfalto che porta all’ingresso vanno veloci come i direttori, ma meno. Un filo meno. Non contano niente e lo sanno, perciò l’impegno nell’arrivare in redazione è più formale che sostanziale. I capiredattori invece filano come treni. Sembra che le sorti dei giornali dipendano da loro. Con i capiredattori viaggiano sostenuti anche i capiservizio e soprattutto gli art director che nella moda e nei femminili contano più del direttore.

Lo svacco è dai vicecaposervizio in giù, cioè redattori ordinari, grafici, praticanti, redattori con meno di diciotto mesi di anzianità, le cacche insomma. Lì il tempo impiegato a posteggiare l’automobile, chiudere le portiere, raccattare la borsa, camminare, non ha una costante spazio tempo. Se piove si va via veloci, se c’è la nebbia adagio perchè non si sa mai, se c’è il sole piano che fa caldo, se nevica anche dieci minuti che l’aria stamattina è buona come in montagna. Ma la variabilità dipende soprattutto dall’umore, che dieci volte su dieci è pessimo. Così a lenti passi c’è tempo di pensare. Si guarda la grande vetrata d’ingresso, ci si lascia superare dalle gerarchie veloci, si annusa l’aria.

E’ quello che faccio anche quel mattino. Appena entro provo ad osservare la redazione di Grazia come il primo giorno, con tutte quelle scrivanie sparse nell’immenso open space che raccoglie una decina di redazioni. Mi soffermo a guardare le mie colleghe, la maggior parte età indefinita, due o tre con i capelli grigi tinti di azzurro come le nonne dei telefilm, la bionda con la crescita bianca, quella leggermente gobba, un paio tanto sorde da non sentire quello che il vice direttore dice nelle riunioni settimanali.

Quando sono arrivato qui il primo giorno non riuscivo bene a capire se il caporedattore fosse donna o uomo. Mi disse “Piacere Anna” e capii. Qui tutto è sempre stato vecchio, Grazia ha compiuto, in quei mesi, cinquant’anni e ne dimostra cento. Guardo la mia scrivania con la vecchia Olivetti, la cassettiera, lo scaffale vuoto, la pianta finta, la sedia girevole con braccioli che mi ero portato da Dolly, da Autoggi, da Topolino e prima ancora da Retequattro. Qui con la sedia si fa così, se si vogliono braccioli e ruote.

Osservo ancora il mio ficus beniamina, che ha alle spalle una storia antica. Quando questo gigantesco palazzo venne costruito da Oscar Niemeyer, Giorgio Mondadori, figlio di Arnoldo, grande promotore della svolta architettonica, scoprì in Giappone una casa editrice che per il suo disegno architettonico era molto simile al palazzo di Segrate. Quello che però attirò il suo interesse erano delle gigantesche piante che ogni redattore aveva vicino alla sua scrivania. Piante imponenti finte, ma non di plastica. Una sorta di ibrido, un incrocio abnorme tra il tronco di autentico legno, con nodi e corteccia vera, e i rami e le foglie di plastica.

Quando Mondadori tornò in Italia ordinò per la nuova sede, prossima all’inaugurazione, migliaia di quei ficus giapponesi. I fusti arrivarono dal Sol Levante in aereo, gli operai tolsero l’imballo e scoprirono il marchio. Una piccola etichetta diceva: “Made in Italy”. L’azienda che aveva incantato il presidente e i giapponesi era a dieci chilometri da Segrate.

I tronchi con le finte piante in pochi anni furono preda di un esercito di tarli. Migliaia di insetti in decine di redazioni s’impossessarono dei preziosi arbusti. Li trovavano secchi e friabili, come piacciono a loro. Scavarono tane nei tronchio principale, dilapidarono un patrimonio, fecero provviste e qualcuno si mangiò anche foglie di plastica. Si riprodussero negli anni secondo una formula matematica fino ad allora sconosciuta, crebbero sani e robusti.

Ci fu un tempo in Mondadori in cui i redattori videro cadere le finte foglie con i tronchi segati a metà e i rami crollati sulle scrivanie. Le piante un tempo alte fino ai neon del soffitto si ridussero a dimensioni di cespugli nani. I gatti, che di notte rimanevano intrappolati nell’impianto di condizionamento e si calavano direttamente sui tavoli dei giornalisti, le usarono per pisciarci sopra.

Con il tarlo nella mia pianta e con la sua gagliarda famiglia ho trascorso tutti gli anni che sono rimasto a Grazia. Li ho sentiti sgranocchiare, riposare al pomeriggio, riprende di buona lena verso sera. Non li ho mai visti. Ma ho sempre pensato che mi abbiano tenuto d’occhio tutti i giorni, senza mostrarsi. Lo hanno fatto per pudore, un entomologo dice che sono riservati e timidi, ma forse sapevano di trovarsi in una posizione molto migliore della mia.

alan.ansen@yahoo.it

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