In questo blog ho raccolto tutto quello che ricordo su colleghi giornalisti, redazioni, editori di grandi e piccole dimensioni, fatti, avventure,avvenimenti. Le decine di luoghi da cui sono transitato. E sono solo una parte. Tutto ciò che è riportato qui corrisponde al vero, i personaggi, così come gli episodi raccontati sono autentici. Alcuni tra le persone citate compaiono con il loro nome, ad altri ho dato un appellativo di fantasia. Compreso il mio nome, ovviamente.
Credo di avere fatto il giornalista fin da piccolo, anche se poi mi sono pentito più volte. Davvero, fin da studente delle medie. La voglia mi è venuta quando ho visto per la prima volta “Dieci in amore”, il film con Clark Gable che fa il caporedattore in un giornale pieno di fumo e di gente che va e viene. Ci ho provato in tutti i modi e dopo cento anni di gavetta ci sono riuscito. E’ che per molto tempo il mio è stato un giornalismo di contorno. Mai in mezzo ai fatti come avrei voluto, sempre di lato, in salita, alla ricerca di una sistemazione. Il mondo scriveva pagine memorabili di cronaca e io correggevo le sceneggiature di Topolino, la gente si sgozzava in guerra e io rispondevo alla posta di Dolly, la Juventus trionfava in campionato e io scrivevo l’oroscopo di Grazia. E’ andata così. Questi racconti ne sono la storia. L’importante forse è stato partecipare.
Le storie narrate si riferiscono agli anni tra il 1984 e il 1990 all’Arnoldo Mondadori Editore e al gruppo dei quotidiani Finegil Espresso La Repubblica tra il 1991 e il 1997. Restano fuori, per ora, una decina di giornali nei quali ho soggiornato per periodi più o meno lunghi, gli anni da telecronista dello sport di Retequattro e l’esperienza più recente a La Stampa. Ho un sacco di cattiverie da aggiungere, ma non so perché mi sento leggermente trattenuto dal raccontarle. Ora. Ma non per tanto, buona lettura.
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1990 Tarli di Segrate addio
Pubblicato Gennaio 24, 2007 arnoldo mondadori editore , carla vanni , grazia Lascia un commento
C’è una nebbia sconsolante quando alle 8,45 di quel mattino d’autunno inoltrato arrivo per l’ultima volta a Segrate. Dal giorno dopo mi avventurerò in un altra storia, dopo quasi dieci anni trascorsi in questa landa milanese. Parcheggio la macchina in un silenzio ovattato e mi avvio verso l’ingresso riservato ai giornalisti. File di alberi, un lungo prato da attraversare, e poi il gigantesco parallelepipedo di cemento e vetro. Ci vuole sempre un po’ per arrivare dal posteggio alla redazione. Il tempo di percorrenza però dipende dall’impegno che uno ci mette. E questo è molto variabile. I direttori in trenta secondi sono dentro. Hanno la falcata lunga, la testa eretta, lo sguardo che scruta le vetrate dietro le quali si spera che il presidente dia un’occhiata ogni tanto. I vicedirettori sul sentiero d’asfalto che porta all’ingresso vanno veloci come i direttori, ma meno. Un filo meno. Non contano niente e lo sanno, perciò l’impegno nell’arrivare in redazione è più formale che sostanziale. I capiredattori invece filano come treni. Sembra che le sorti dei giornali dipendano da loro. Con i capiredattori viaggiano sostenuti anche i capiservizio e soprattutto gli art director che nella moda e nei femminili contano più del direttore.
Lo svacco è dai vicecaposervizio in giù, cioè redattori ordinari, grafici, praticanti, redattori con meno di diciotto mesi di anzianità, le cacche insomma. Lì il tempo impiegato a posteggiare l’automobile, chiudere le portiere, raccattare la borsa, camminare, non ha una costante spazio tempo. Se piove si va via veloci, se c’è la nebbia adagio perchè non si sa mai, se c’è il sole piano che fa caldo, se nevica anche dieci minuti che l’aria stamattina è buona come in montagna. Ma la variabilità dipende soprattutto dall’umore, che dieci volte su dieci è pessimo. Così a lenti passi c’è tempo di pensare. Si guarda la grande vetrata d’ingresso, ci si lascia superare dalle gerarchie veloci, si annusa l’aria.
E’ quello che faccio anche quel mattino. Appena entro provo ad osservare la redazione di Grazia come il primo giorno, con tutte quelle scrivanie sparse nell’immenso open space che raccoglie una decina di redazioni. Mi soffermo a guardare le mie colleghe, la maggior parte età indefinita, due o tre con i capelli grigi tinti di azzurro come le nonne dei telefilm, la bionda con la crescita bianca, quella leggermente gobba, un paio tanto sorde da non sentire quello che il vice direttore dice nelle riunioni settimanali.
Quando sono arrivato qui il primo giorno non riuscivo bene a capire se il caporedattore fosse donna o uomo. Mi disse “Piacere Anna” e capii. Qui tutto è sempre stato vecchio, Grazia ha compiuto, in quei mesi, cinquant’anni e ne dimostra cento. Guardo la mia scrivania con la vecchia Olivetti, la cassettiera, lo scaffale vuoto, la pianta finta, la sedia girevole con braccioli che mi ero portato da Dolly, da Autoggi, da Topolino e prima ancora da Retequattro. Qui con la sedia si fa così, se si vogliono braccioli e ruote.
Osservo ancora il mio ficus beniamina, che ha alle spalle una storia antica. Quando questo gigantesco palazzo venne costruito da Oscar Niemeyer, Giorgio Mondadori, figlio di Arnoldo, grande promotore della svolta architettonica, scoprì in Giappone una casa editrice che per il suo disegno architettonico era molto simile al palazzo di Segrate. Quello che però attirò il suo interesse erano delle gigantesche piante che ogni redattore aveva vicino alla sua scrivania. Piante imponenti finte, ma non di plastica. Una sorta di ibrido, un incrocio abnorme tra il tronco di autentico legno, con nodi e corteccia vera, e i rami e le foglie di plastica.
Quando Mondadori tornò in Italia ordinò per la nuova sede, prossima all’inaugurazione, migliaia di quei ficus giapponesi. I fusti arrivarono dal Sol Levante in aereo, gli operai tolsero l’imballo e scoprirono il marchio. Una piccola etichetta diceva: “Made in Italy”. L’azienda che aveva incantato il presidente e i giapponesi era a dieci chilometri da Segrate.
I tronchi con le finte piante in pochi anni furono preda di un esercito di tarli. Migliaia di insetti in decine di redazioni s’impossessarono dei preziosi arbusti. Li trovavano secchi e friabili, come piacciono a loro. Scavarono tane nei tronchio principale, dilapidarono un patrimonio, fecero provviste e qualcuno si mangiò anche foglie di plastica. Si riprodussero negli anni secondo una formula matematica fino ad allora sconosciuta, crebbero sani e robusti.
Ci fu un tempo in Mondadori in cui i redattori videro cadere le finte foglie con i tronchi segati a metà e i rami crollati sulle scrivanie. Le piante un tempo alte fino ai neon del soffitto si ridussero a dimensioni di cespugli nani. I gatti, che di notte rimanevano intrappolati nell’impianto di condizionamento e si calavano direttamente sui tavoli dei giornalisti, le usarono per pisciarci sopra.
Con il tarlo nella mia pianta e con la sua gagliarda famiglia ho trascorso tutti gli anni che sono rimasto a Grazia. Li ho sentiti sgranocchiare, riposare al pomeriggio, riprende di buona lena verso sera. Non li ho mai visti. Ma ho sempre pensato che mi abbiano tenuto d’occhio tutti i giorni, senza mostrarsi. Lo hanno fatto per pudore, un entomologo dice che sono riservati e timidi, ma forse sapevano di trovarsi in una posizione molto migliore della mia.
alan.ansen@yahoo.it
1987 A cagher sulle Alpi
Pubblicato Gennaio 24, 2007 arnoldo mondadori editore , carla vanni , giorgio armani Lascia un commento
Sto seduto alla mia scrivania da una settimana. Mi hanno messo nella cosiddetta cucina. Titoli, sommari, occhielli. Ci sono giornalisti tagliati per scrivere, altri per cucinare. Non so se appartengo alla prima categoria, certamente non alla seconda. A Grazia la cucina ha un rilievo enorme. La maggior parte della giornata la dedico a bozze e impaginati. Titoli sempre uguali, insulsi, piatti come saponette. La Vanni vuole che non si spaventino le lettrici. Con gli articoli si parte da lontano, si evitano il più possibile prese di posizione, guerre, politica. Quando il clamore li impone, gli argomenti si affrontano con la dovuta lentezza, a settimane di distanza, centellinando le parole. Per tutti gli accidenti di questa terra c’è sempre un rimedio.
In una di queste prime luminose mattine da cronista, mentre sto calibrando un sommario sulle palle colorate di una saga invernale svizzera, mi arriva di spalle Aleardo Putti, vicedirettore, la faccia buona della Vanni, l’uomo che non sa mai dire no, gran mediatore, aspetto sacerdotale, voce suadente, accento siciliano. Prima di quel giorno non lo conoscevo. Anzi, per molto tempo avevo creduto che quella persona che vedevo scivolare lungo i corridoi e nel parcheggio fosse il capo degli elettricisti della Mondadori.
Chissà perché. Vedevo da anni quest’uomo, anche molto tempo prima di arrivare a Grazia, e mai avevo pensato che fosse un giornalista. Credo che sia anche un fatto fisico. Alcuni li riconosci subito. Ci sono a Panorama Giampiero Borella e Carlo Rossella, entrambi inviati. Non hanno nulla in comune, ma il mestiere che fanno è palese. Uno indossa tutto l’anno jeans sdruciti, giacca di velluto, camicia sbottonata, ha la faccia segnata, i capelli in disordine, il taccuino infilato nella tasca posteriore dei calzoni. L’altro veste come un lord inglese, abito grigio scuro, camicia bianca, cravatta regimental, scarpe nere e lucide, la mazzetta dei giornali americani sotto il braccio. Si vede subito che non sono i giardinieri dell’azienda.
Così quel giorno, quando Aleardo Putti mi si acquatta dietro la scrivania e mi mette una mano sulle spalle sono convinto che si tratti dell’elettricista capo.
“Ciao sono Aleardo Putti” dice tendendomi la mano.
Non so chi ha mandato qui questo elettricista, penso. Forse ho una lampadina bruciata. O mi mettono una macchina da scrivere elettrica, non so. Lo guardo. E’ ben vestito, camicia stirata alla perfezione, cravatta intonata, profuma di pulito. Forse alla Mondadori pagano bene anche gli elettricisti. Chiunque sia spero che si sbrighi.
“Ho questa dannata macchina che si inceppa sempre” dico, mentre indico la vecchia Olivetti verde portatile che ho in dotazione.
Putti sorride, scuote la testa, inclina il collo. Muove entrambi come fa Mike Tyson sul ring prima dell’incontro per sciogliere nervi e muscoli. Stazze diverse, corporature differenti, ma quel gesto è identico.
“Eh, tutti abbiamo avuto una Olivetti di recupero. Qui si comincia così” dice sospirando con quell’aria notarile e curiale “Ma vedrai. Con il tempo tutto migliora”.
Chissà, ho come il sospetto che non sia l’elettricista. La conferma arriva dal caporedattore che s’intromette nel dialogo: “Questo è il nostro vicedirettore, Aleardo Putti. Aleardo, questo è il nuovo acquisto” dice con un buffetto sull’unica mia spalla che Putti lascia libera. Finalmente ho capito. Mi alzo e gli stringo la mano. E’ asciutta, calda. E’ com’è Putti. Asciutto, idrorepellente, tutto gli scivola addosso e scompare senza lasciare apparente traccia. La Vanni lo tartassa senza pietà e lui esce dalle riunioni cantando. Come un ufficiale inglese prigioniero dei giapponesi. Medita davanti alla finestra. E nei momenti peggiori si sfila un cardigan scuro da ufficio, si mette la giacca sulle spalle e va a gironzolare nel supermarket interno alla Mondadori.
Certo Aleardo non è un uomo da battaglie, ma qui l’aria è di calma piatta. Aleardo ha una sua specialità. Il lento passaggio dei pezzi. Quello cioè che noi facciamo con una rapidità sorprendente per toglierci dai piedi quello che gli altri scrivono male e dobbiamo rifare al meglio, lui può passarci anche una mattina. Se ne sta là alla sua macchina, le immense finestre affacciate sui prati, lui con il compassato ticchettio della sua macchina, le pennellate di sbiancante, la penna per rimettere tutte le parole a posto.
Un mercoledì, inaspettatamente, arriva il momento del primo pezzo da scrivere. Stupore. Soprattutto mio. E un certo sollievo. Sempre mio, perché chi scrive non è tenuto a fare “cucina”, almeno fino a quando il pezzo non è completato. E’ una prassi. Quasi che chi compone debba essere libero da ogni pensiero. Così libero che ci sono almeno un paio di colleghe, molto anziane, limite della pensione, che per scrivere stanno a casa. Cioè, non vengono mai. I primi tempi ero convinto, che data l’età, usassero verso di loro un trattamento di favore. Poi ho capito che era così per tutti. Dunque, vedo Aleardo uscire dall’ufficio del direttore e camminare svelto verso la mia scrivania. Tiene in mano dei fogli, delle fotografie, un impaginato.
“Questa volta tocca a te!” dice come se avesse saputo che ho vinto il Nobel.
“Bene” mi limito a dire. Qui ho capito che non si deve mai andare oltre la soglia di una moderata contentezza. Tanto è inutile. Aleardo mi piazza sulla scrivania un foglio di plastica di quelli che contengono le diapositive.
“Sono stupende” dice allungandomi una lente da grafico “Guardane una”. Le guardo, ma non si capisce molto. Mento:
“In effetti sembrano interessanti. Di che cosa si tratta?”.
Putti muove il suo collo, pensa, accenna a parlare e poi si ferma, come quelli che fanno un gesto mimico prima di aprire la bocca, lui lo fa scuotendo il plafond di plastica e poi alla fine dice:
“Credo si tratti di un eccezionale avvenimento sportivo. Non me ne intendo, ma tu che hai fatto il cronista dello sport dovresti saperne di più. E’ proprio per questo che ti affido il servizio. E’ una faccenda delicata, ma se tu sai muoverti bene, vedrai che ne esce un ottimo lavoro”.
Guardo Putti che mi sta a fianco con le sue diapositive in mano. Ha un mezzo sorriso, fa sì con la testa, la camicia azzurra è proprio ben stirata. Posa le foto sul mio tavolo, è fatta. E’ contento, mi dà qualche consiglio:
“Devi scrivere questo pezzo così. Deve essere ben amalgamato”. Non capisco nulla, ma annuisco. Putti mi spiega come vuole che sia con una specie di mimica. Per me è una novità, non ho mai visto un vicedirettore che si esprime a gesti. Capirò poi che questo è il Putti classico. Lui mi dà la cosiddetta dritta tenendo le mani a mezza altezza, con le dita socchiuse, muovendole a conca come se disegnasse nell’aria una specie di sfera, di palla, di rotondità. Fammi un pezzo così, dice. Come? Così, spiega con le sue mani ben curate che ruotano, la palla nell’aria, il gesto che nessuno ha mai interpretato davvero.
Putti è come le sue mani. Lui naviga nelle tempeste di un direttore capriccioso e volitivo. Non è un guerriero, non va all’assalto di nulla, è un capitano di lungo corso che aggira le balene per non sbatterci dentro. La Vanni d’altra parte è un po’ come una balena. Anche fisicamente. Veste sempre di nero, gonne lunghe, muove i suoi piccoli passi scivolando sulla moquette grigia di Segrate.
La Vanni è una potenza nell’azienda. Il suo Grazia è la seconda corazzata del gruppo. Stilisti, case di cosmetici, grandi società commerciali investono decine di miliardi l’anno in quel giornale.
La Vanni balena guida la corazzata secondo simpatie, interessi, amicizie del tutto personali. Ma lo fa così bene che è una donna intoccabile. E anche quando il giornale accusa perdite gravi nelle vendite, nessuno, nemmeno l’amministratore delegato in persona, muove critiche. Lei fa, disfa e decide. Se le vendite vanno male, i buchi sono coperti da montagne di pubblicità. Ci sono donne che dirigono altri periodici femminili cacciate dal loro posto per avere perso qualche migliaio di copie.
La Vanni è una regina anche per gli stilisti. Giorgio Armani non uscirebbe mai dal suo studio per rendere omaggio a qualcuno. E’ da lui che si va, se si appartiene al giro di “eletti”, non il contrario. Ebbene il primo Natale che sono a Grazia vedo arrivare Armani dal fondo della redazione. Passa con la sua giacca nera omonima, ignora gli inchini delle colleghe della moda che si prostrano linguate a terra e va diritto verso l’ufficio del direttore. Armani è qui per fare gli auguri alla Vanni. Altrochè balle. E lei sorride. Ma solo quando c’è Armani, quando si parla di Krizia e quando ci sono le grandi sfilate di Milano.
Se la Vanni sbaglia un numero del giornale la colpa è degli altri. Del direttore generale, dei pubblicitari, del marketing, dei grafici, delle segretarie, dei giornalisti e, ovviamente, di Putti. Il quale incassa, come un pugile pagato per difendere il titolo di un altro. Lui esce dall’ufficio del “tavolo rotondo”, una specie di sala riunioni, con la bocca chiusa, il collo in movimento, la faccia scura. Si capisce subito che là dentro c’è stata tempesta, un uragano silenzioso perché la Vanni non alza mai la voce. Putti torna al suo posto come uno scolaro diligente che deve sopportare il peso di una maestra irascibile. S’infila la giacca, guarda che i polsini siano in ordine, siede davanti alla sua macchina da scrivere e come se il tempo, i fulmini, i tuoni non ci fossero stati, come se di là si fossero scolati una bottiglia di gin e fumato un sigaro, lui, l’ineffabile dice: “Bene, allora cominciamo?. Solo questo. Non si sa a chi lo dica. La frase è sussurrata, detta con calma, senza guardarsi intorno. Putti la dice a se stesso, forse.
Sta di fatto che non mostra alcun segno d’ira, di nervoso, di rabbia. Se potesse prenderebbe la Vanni e la farebbe a pezzi. Ma lì non si vede. Nel breve tragitto che separa l’ufficio del direttore dalla sua postazione riesce ad ingoiare il rospo, a sbollire l’ira e a ritrovare il suo immutabile aspetto. Lo chiamano Lou Grant, come il giornalista dei telefilm americani. Gli assomiglia fisicamente, ma Putti è un siciliano, un uomo d’onore, introverso, schivo. E’ soprattutto un uomo buono, perciò soffre. E per questo la Vanni lo tritura come una granita alla menta.
Putti è anche famoso per i suoi acquisti. Compito del vicedirettore e dei capi redattore è di acquistare, possibilmente andandoci piano, fotografie e articoli già composti dalle grandi agenzie specializzate. Una buona parte dei settimanali femminili e del pettegolezzo compra infatti interi servizi fotografici, compresi gli scoop, già confezionati. E lo scoop è tanto maggiore quanto è più alto il prezzo.
Se un giornale spende dieci milioni per una foto può averne l’esclusiva, altrimenti se la vuole pubblicare ad una cifra inferiore, deve accontentarsi di dividerla con tutti gli altri, concorrenza compresa. Ora, in questo Putti è davvero un maestro. Lui acquista tutto, qualunque servizio gli propongano i venditori delle agenzie. Compra e mette in un cassetto. Accumula montagne di foto inutili, vedute del Polo Nord, fiori che sbocciano, alci in calore, marmotte del Canada, grattacieli dipinti a mano, campionati di auto elettriche, pitture sui muri di New York. E’ probabile che nemmeno lui sappia che cosa gli rifilano quei succhia soldi, ma poco importa.
Aleardo, che ha una maniacale predilezione per natura e paesaggi, dà un’occhiata, osserva in trasparenza le diapositive e le nasconde nel segreto del suo armadio. Il che significa che possono restare lì anche due o tre mesi. Ogni tanto, a seconda delle stagioni, in genere hanno la meglio l’autunno e la primavera, tira fuori dieci fotografie sul letargo degli orsi canadesi.
O, come nel mio caso, su quello che mi è parso di capire essere un freeclimber, uno cioè che scala le montagne con le mani. Mi è parso, ma non ne ho nessuna certezza. Anzi, potrebbe anche essere un cercatore indiano di perle marine.
Putti mi ha lasciato una sola fotografia: “Basati su quella” mi ha detto “E poi fai qualche ricerca al centro documentazione. Insomma, metti tutti i condimenti al posto giusto”.
Se giro la fotografia per orizzontale quell’individuo in costume da bagno potrebbe anche essere un pescatore accovacciato su una roccia dell’Oceano Indiano. Non ho punti di riferimento, indicazioni, una qualsiasi informazione dalla quale partire. Guardo meglio la foto nell’ingranditore dei grafici. L’uomo è effettivamente uno scalatore, ma si vede solo a metà. Le mani sono aggrappate non ad un chiodo fisso, ma ad una sporgenza bianca, una specie di mezza luna che prosegue nella parte della fotografia che non si vede. Chissà.
Il capo dei grafici sorride. E’ lui che ha mandato il resto delle diapositive a sviluppare. Ne ha impaginati a centinaia di servizi così inutili. In basso, dove l’immagine sfuma, leggo Christophe Dat. Punto.Chi è Christophe Dat? Un freeclimber francese, campione d’Europa, no del mondo, ripreso in un difficile passaggio durante una gara internazionale sulle Alpi francesi. Quella sporgenza bianca a cui si aggrappa è marmo puro. E i piedi che non si vedono appoggiano su un balcone di granito largo mezzo millimetro.
Ci siamo. E’ sposato, ha due figli, è ormai vicino ai quaranta ma per nulla al mondo lascerebbe quella presa bianca scolpita dalla natura sulla più terribile delle pareti del pianeta. E visto che ci siamo aggiungo una breve dichiarazione di Dat: “Adoro queste montagne, amo mia moglie, nulla mi eccita più di questa roccia così bianca”. Invento tutto. Molto bene. Non ho neanche bisogno di rivolgermi a quei pidocchiosi del centro documentazione che ogni volta che gli chiedi qualcosa sembra che ti facciano un regalo. Il pezzo fila via liscio come l’olio, una fredda mattina d’estate, le Alpi illuminate dal primo sole, e lui, il campione, l’eroe di Francia, il mito della montagna Christophe Dat che, sprezzante di ogni pericolo, stringe tra le dita pezzi di roccia bianca e luminosa come quel cielo azzurro che rischiara una giornata che si preannuncia memorabile e che farà di Christophe lo sportivo dell’anno.
Ora, va detto, che tra le abitudini di Grazia c’è anche quella di poter fingere di essere presenti agli avvenimenti che raccontiamo sul giornale. Come fossimo inviati. Mi resta il dubbio su quella sporgenza bianca, ma siccome non capisco che cosa sia e Christophe nemmeno, chiudo il pezzo con il tramonto rosa e Dat che alza festante il suo trofeo.
Che cosa sia la sporgenza bianca lo capisco molto bene due giorni dopo, quando l’impaginato del giornale è sulla mia scrivania, pronto ad andare in stampa. Guardo le pagine, leggo che ci sia la mia firma, sollevo lo sguardo sulle grandi foto. Resto immobile al mio tavolo, appiattisco bene il cartone che tiene insieme le due pagine, osservo i dettagli di quelle immagini ora così evidenti e quasi non riesco a crederci. Dat non sta scalando una vera montagna, in quelle foto che nessuno mi ha fatto vedere, che Putti tiene nascoste nel suo armadio, che i grafici manovrano in gran segreto non ci sono vette e tramonti e nemmeno pareti impervie.
Dat mi appare adesso in tutta la sua triste finzione. Ora che la foto allarga i suoi confini, che il bordo in alto della diapositiva si alza, che quella sporgenza bianca e luccicante che mi era sembrata una roccia completa la sua forma, capisco. Taccio incredulo. Sto fermo e vedo che Dat è aggrappato alla parte inferiore di un gabinetto, al bordo di ceramica di una tazza del cesso, ad un water che ha l’asse rosso sollevato. Che Dat non è sulle pareti delle Alpi, ma su uno spunzone di roccia alto tre metri e non duemila, che gli appigli per quella ignobile farsa non sono misteriosi agglomerati di pietra, ma volgari componenti di un bagno completamente arredato e “inchiodato” ad una parete rocciosa. Dat sta appeso al cesso, ma i piedi, che nell’unica foto che mi aveva dato Putti non vedevo, sono appoggiati al lavandino. E a destra, in un altra immagine, ci sono anche lo sciacquone e un delizioso bidè.
In alto, in una foto ancora diversa che i grafici si sono dilettati ad impaginare con eccezionale gusto estetico e senza trovare nulla da obiettare, c’è una luccicante vasca da bagno. Chiudo subito l’impaginato. Mi sfuggono le piastrelle, i portasciugamani, la doccia e chissà che cos’altro. Non posso però di fare a meno di vedere, in piccolo ma nitido, il nome dell’azienda che produce water e lavandini.
Mi guardo intorno. Cerco una spiegazione. Prendo sottobraccio le pagine e filo verso il tavolo di Putti. Lui le guarda, sorride, è vero quel water è un po’ evidente. Una volgare pubblicità spacciata per giornalismo. Ma il servizio resta spettacolare, sì forse anche la marca del bagno è di troppo, forse l’alpinista non è proprio in montagna, forse non è campione del mondo, forse non si chiama Dat, forse la foto è stata scattata nel giardino di casa del padrone dei cessi e poi girata in verticale, ma siamo in un mondo dove una buona ceramica vale più di tutto il resto. “
“Va bene” mi dice Putti con una mezza torsione di collo “Tu hai scritto un buon pezzo. Hai ragione, tagliamole via queste docce”.
Così, il vicedirettore ordina di rimpaginare il servizio. Dat viene tagliato, messo su una guglia del Montebianco, aggiunti altri alpinisti che prima non c’erano. Osservo il lavoro dei grafici, che non sanno che cosa fanno, né chi ha scritto il servizio, né che significato hanno foto e testi. Putti mi appoggia una mano sulla spalla, scuote la testa e va nel suo angolo a guardare il foglio infilato nella macchina da scrivere.
Il mio “A mani nude verso il cielo”, titolo di Putti, esce confuso, disordinato con un testo che non corrisponde alle fotografie. In redazione nessuno lo ha notato. Qui non si legge e meno che mai i pezzi degli altri. Meglio così. Dimentico, fino a che un mattino la segretaria mi consegna un pacco, anzi me lo getta sulla scrivania, come suo solito. Lo apro, dentro ci sono una busta e una specie di posacenere a forma di vasca da bagno.
La lettera dice: “Con i complimenti della nostra azienda. Lei signor Kentucky ha vinto il premio giornalistico dell’anno per il miglior articolo sui prodotti da bagno. Accluso alla lettera troverà un oggetto d’arte che simboleggia la nostra attività industriale”. Seguono firma e timbro con il marchio della fabbrica che aveva appiccicato Dat con il suo cesso sulla finta parete di montagna. Non può essere vero. A pensarci bene è una palla. Ma sotto sotto, molto sotto, ci credo. Almeno per un po’ di giorni.
Un pomeriggio, quando torno dalla mensa trovo due colleghi anche loro nel posto sbagliato al momento sbagliato, che soppesano la mia vasca. Uno mi guarda, meravigliato:
“Ci hanno detto che hai vinto un concorso importante…Queste vasche da bagno in miniatura le danno solo ai giornalisti più affermati dei settimanali femminili”.
“Già, sara uno scherzo…”.
“Uno scherzo? La ditta dei cessi è stata informata, sanno che ti sei battuto per avere quel servizio sul giornale. Perciò ti premiano. Sei uno che sta dalla loro parte. Guarda, anche il direttore ha ricevuto una lettera che spiega perché hanno scelto proprio te” dice il collega mentre mi mostra una busta.
La osservo bene, è uguale a quella che avevo aperto qualche giorno prima. Stesso timbro, stessa carta intestata, un po’ diverso il contenuto. Dice: “Comunichiamo a Lei signor Direttore che il suo redattore ha vinto l’annuale premio giornalistico “A cagher sulle Alpi”.
Ci sono cascato mani e piedi. Uno scherzo da caserma. Il clima è questo, ed è la faccia mediocre di questa redazione. Se le nostre sono braccia rubate all’agricoltura la Vanni non deve saperlo.
alan.ansen@yahoo.it
1986 Anni di Grazia
Pubblicato Gennaio 24, 2007 arnoldo mondadori editore , carla vanni , grazia Lascia un commento
E’ un mattino di dicembre quando sento squillare il telefono sulla mia scrivania. Sono arrivato in redazione presto, fuori c’è la solita nebbia di Segrate. Il lago delle carpe è grigio e freddo. Niente orizzonti, aria spessa e umida. Alzo il ricevitore. E’ Anna Lovise. Vice capo del personale. Produce sforzi enormi per offrire il meglio dell’azienda, lo fa con ardore, si sente l’erede delle Grandi Tradizioni della premiata ditta Arnoldo. In realtà quel mondo è finito da un pezzo. E lei non è che un’impiegata che deve barcamenarsi tutto il giorno tra direttori capricciosi e redattori inquieti. Ci diamo del “tu”, da quando sono diventato professionista. E’ così con tutti. Una specie d’iniziazione aziendale che prevede il “lei” durante il praticantato e il “tu” dopo l’esame di Roma.
“Ho una grande notizia. Sei seduto?” mi domanda.
“Super seduto” rispondo.
“Ho combinato per te un appuntamento eccezionale. Ti dico un nome solo. Carla Vanni” lo dice in un sussurro, come se dovessi presentarmi al capo della Cia.
Lo sapevo. Che fesso, però. Per un nanosecondo mi ero illuso. Avevo creduto che stesse per propormi Panorama, Epoca o, alla meno peggio, Espansione. Invece spunta Lei, il direttore di Grazia. Il minimo e il massimo del giornalismo allo stesso tempo. Carla Vanni, meglio conosciuta come la sorella di Andreina, fino ad un decennio prima una leggenda mondadoriana. Abbasso il ricevitore, non senza avere dato il peggio di me stesso in fatto di contentezza, e mi domando che c’entro io con Grazia. Moda, pettegolezzi, cucina, maglia, amori, tradimenti, tendenze, cucito. Assolutamente nulla. Come sempre.
Il mattino dopo alle undici in punto salgo al terzo piano. Ufficio del personale. Mentre varco la soglia dello sgabuzzino colloqui mi viene in mente che anche Maurizio Costanzo ha soggiornato a Grazia per qualche anno. Non so perchè penso a Costanzo, ma almeno riesco a fare gli ultimi tre metri di strada. Davanti ad un tavolo rotondo la Lovise sta in piedi e finge di sfogliare una cartella dattiloscritta.
“Sono così contenta che nemmeno te lo immagini. E’ il tuo momento. Qui ti giochi tutte le carte” mi dice indicandomi una porta di fronte allo sgabuzzino “La Vanni è là” aggiunge con un filo di voce “Adesso entri con me, io starò zitta e tu e lei vi parlerete. Vorrà sapere di te, di quello che hai fatto, chi sei, se ti piace scrivere, da dove arrivi. Tu parla, racconta, spiegati. Ma non ti emozionare, non mostrare presunzioni, non essere arrogante o troppo deciso. Sei un bravo ragazzo. Vedrai che le piacerai. Sono con te”. Mi stringe il braccio. Sono quasi certo che le stiano brillando gli occhi. Scuoto la testa, mentre mi spinge dolcemente verso l’uscio di fronte. Prima di aprire la porta mi sussurra: “Parla quanto vuoi. Ma non troppo. Ricordati sempre chi hai davanti”.
La Vanni è seduta ad un tavolo rotondo. Tutti i tavoli per riunioni in Mondadori sono rotondi, ovali, smussati ai lati. Nessuno angolo è a spigolo. Perciò la Vanni, che preferisce distanze nette, è costretta a stare seduta in curva. Ovunque io mi sieda sarò sempre troppo vicino.
“Direttore, le presento il giornalista di cui le ho parlato” dice la Lovise.
“Buon giorno direttore” dico allungando la mano.
La Vanni accenna ad alzarsi, mi stringe la mano e ripiomba sulla poltrona. E’ vestita di nero, capelli tirati all’indietro sotto uno strato di gel fresco di cinque centimetri, trucco leggero che accentua il naso a proboscide. Sul davanti, quello che nelle donne si chiama seno, pendono occhialini da lettura tenuti da una cordicella nera. La vedrò così, salvo leggere variazioni nel nastro dei capelli in occasione di Pasqua e Natale, per tutto il tempo della mia detenzione a Grazia. Stiamo tutti zitti. E’ persino imbarazzante. Poi parte la Vanni.
“Vorrei essere molto chiara con lei”.
“Non chiedo di meglio”.
“Bene. Non voglio fraintendimenti” dice la Vanni guardandomi.
“Nemmeno io”.
“Meglio così. Allora, in tutta franchezza, le dirò che lei non serve al mio giornale. In questo momento non ho bisogno di aumentare l’organico. Ho già abbastanza problemi. Per di più mi pare che lei non abbia alcuna caratteristica adatta al tipo d’informazione che facciamo noi. Dunque… “
Ci siamo. Mi caccia ancor prima che sulle labbra della Lovise si spenga quel fiore di sorriso che le ha bloccato i lati della bocca.
“Dunque, ho deciso di prenderla, come dire, in appoggio alla redazione. Una specie di prestito per venire incontro alle esigenze della dottoressa Lovise e dell’azienda. Farà lavoro di redazione. Poi vedremo. Le piace la cucina? “.
Magnifico. Chi sono, cosa ho fatto, da dove vengo, se m’interessa scrivere, l’esperienza, la passione. Niente, zero. Mi chiede se mi piace la “cucina”. No. Preferisco l’uncinetto.
“Intendo dire se le interessa svolgere compiti di cucina redazionale” dice dopo un silenzio imbarazzante.
“Oh, sì. Molto!”. Odio la cucina redazionale, non ci sono portato. E’ una Cayenna, il Vietnam.
“Da noi sono anche molto graditi suggerimenti per servizi, inchieste, interviste. Lei può proporne quanti ne vuole”.
Allora, qui si scrive. Ho suggerimenti da vendere.
“Certo. Soprattutto sulle inchieste. Ho molte proposte da fare”.
“Sono contenta. Anzi, appena gliene viene in mente uno lo dica al vice direttore. Poi vedremo di affidarlo a qualcuno che lo scriva. Non si offenda, ma io faccio così”.
Non mi offendo. Se lo sgabuzzino avesse avuto una finestra vi avrei infilato la Vanni e spinto il suo grosso culo direttamente nel vuoto. Così, tanto per vedere che faccia avrebbero fatto i pesci del lago.
alan.ansen@yahoo.it