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1984 Disney Magic World

topolino
Entro per la prima volta nella redazione di Topolino un pomeriggio d’autunno. Fuori piove, l’aria è ormai fredda, le lunghe distese di prati ingialliscono verso l’inverno imminente. A Segrate la stagione del gelo arriva prima che a Milano, qui ci sono già brina, nebbia e strade ghiacciate. La Mondadori, in mezzo alla campagna, è un mondo a sé. Nel palazzo di vetro, con i suoi grandi spazi, il supermarket, l’ufficio postale, il ristorante, il bar, la libreria, l’aria condizionata, la luce diffusa, è come essere sempre nella stessa stagione. In alcune redazioni l’open space ha confini così vasti che sguardo si perde tra scrivanie e scaffali prima che possa arrivare oltre le finestre. Come a Topolino. Giornalisti, grafici, disegnatori, il Disney Magic World è qui.

Annuso l’aria mentre entro. Sono stato un lettore di questo giornale per buona parte della mia giovinezza. Ho la memoria storica di decine di avventure. Ricordi di domeniche all’edicola con mamma a comprare Topolino, delle foto sfuocate di Disneyland, dell’America degli anni Cinquanta. Ora sono qui. Esattamente nel luogo che ho immaginato per tutta l’infanzia. Se Paperino uscisse con il cappello con su scritto press gli darei una pacca sulle spalle. Collega. Mi viene invece incontro un capo servizio, si presenta, gli stringo la mano.

Parliamo, in attesa che arrivi il direttore. Il caposervizio mi indica una scrivania, lontano dalle finestre. Sarà il mio tavolo di redattore. Mentre chiacchieriamo osservo il resto della redazione. Sono tutti un po’ vecchi, silenziosi, stanno chini su fogli, impaginati, disegni. Ognuno ha un armadio alle spalle con una fila di cassetti. Una redattrice anziana, infagottata in un vestito grigio, grassa, le gambe pesanti, le pantofole infilate nei piedi, i capelli bianchi spettinati sulla nuca come se si fosse appena alzata da letto, gli occhi cisposi dietro un paio di occhiali rotondi, sta armeggiando in uno di questi cassetti. Tira fuori un foglio, lo guarda, lo rimette dentro e avanti così.

Un po’ più in là, dalla parte in cui sono entrato, una signora sta innaffiando un vaso di ciclamini, nel settore grafici c’è un gran silenzio. Alzo la testa e vedo un disegnatore piegato su un foglio, ha in mano una penna a china e sta ritoccando un’immagine. Lo fa con una lentezza impressionante. Quasi non gli vedo muovere la mano. Accanto a lui, un altro redattore ha lo sguardo fisso sulla macchina da scrivere. Cinque minuti. Sempre lì. Il suo vicino legge un libro, prende appunti, fa la punta alla matita. Un altro rovista in uno scaffale di libri. Silenzio, ovatta, tutti immersi in una specie di cotone.

Per un po’ ascolto il caposervizio che parla in continuazione. E’ l’opposto degli altri. Una specie di macchina tritaparole. Pizzica la zeta e perciò sputa anche. In venti minuti ripercorre tutta la storia della Disney, una noia pazzesca. Ha, tra i molti difetti che sono subito evidenti compreso quello di essere tifoso dell’Inter, un chiodo fisso, è convinto che tutti lì dentro assomiglino ai personaggi di Topolino. Vedi quello, non è Paperino? E lei, non è forse Nonna Papera? Guarda lui, non è il sosia di Gastone? E là in fondo, non è Paperone sputato? E io? Io cosa? Io non sono il fratello gemello di Ciccio di Nonna Papera? Ma quale Ciccio. No, sto per dirgli, tu sei una rottura di palle fenomenale. Va avanti altri cinque minuti con questa solfa insopportabile, accavalla gli argomenti, mi dice che ha sette figli. Capisco.

Il resto della redazione è fermo al punto in cui era venti minuti prima. La vecchia rovista, il nostro vicino di scrivania è ancora fisso con lo sguardo sull’Olivetti, l’altro tempera sempre la stessa matita. Altrochè Paperino. L’unico segno che accomuna questo dormitorio al movimentato mondo dei fumetti è una copia di Topolino che tutti hanno sul tavolo. E basta. E’ trascorsa meno di mezz’ora e mi sta andando in pezzi la leggenda.

Ecco Pippo, mi dice ad un certo punto il caposervizio. Pippo? A ridagli. Pippo sarebbe Gaudenzio Capelli, direttore e figura mitica della Disney. Entra in quel momento in redazione. Mi fa un gesto di saluto e m?invita a seguirlo nel suo ufficio. E’ ovvio che di Pippo non ha nemmeno la piega dei calzoni, ma non importa. Ne approfitto per alzarmi. Capelli mi stringe subito la mano. Sorride e lo fa in maniera amichevole. E’ un uomo molto gentile. Appesi alle pareti ci sono i ritratti dei personaggi Disney, come uno tiene i figli sulla scrivania Capelli ha Cip e Ciop.

Continua a sorridere e mi spiega, anche lui, che cosa è Topolino, la Disney, l’importanza di questo giornale per la Mondadori. Ascolto. Ogni tanto faccio una domanda, lui risponde e sorride. Non sono abituato. Se poi faccio una battuta, ride di gusto. Ha un forte accento milanese e sembra che gli piaccia quella sua parlata larga. Mi spiega quali saranno i miei compiti. Lo fa con toni garbati, quasi una rarità. Va avanti mezz’ora, fa lunghi giri di parole, interrotto dal telefono, dalla segretaria, dai colleghi che sembra si siano risvegliati dal letargo di prima mattina.

Il Bosco Incantato si stropiccia gli occhi. Sento persino un po’ di brusio. Da quello che mi dice il direttore capisco però che a Topolino avrò un ruolo marginale, dovrò occuparmi di un inserto dedicato allo sport per ragazzi, ma soprattutto Capelli ha deciso di affidarmi alle mani di Elisa Penna. Non so chi è, ma lei, la donna ombra del direttore, è già lì, dietro una fila di scaffali.

“Sei il nuovo? Piacere Penna”dice con un sorriso che va da un orecchio all’altro. Penna, credevo fosse un nome d’arte. Penna, per una giornalista è già il massimo, per una giornalista che lavora in un mondo di pennuti è addirittura incredibile. Quando si dice il destino. La Penna è il vicedirettore di Topolino e di tutte le pubblicazioni Disney, che sono una miriade. Anche del Manuale delle Giovani Marmotte, che rimane un libro cult in assoluto, uno dei dieci oggetti da salvare prima della distruzione del pianeta.

Elisa, come vuole che la si chiami, è da sempre il vice di Capelli. Nel senso più specifico del termine. Capelli direttore, Penna vice. Trent’anni così. Anzi, in tempi remoti, quando Topolino aveva ancora le braghe con i bottoni rossi, Capelli era un semplice redattore. La Penna già vice di un altro. Poi Capelli ha percorso tutte le tappe, ha superato la Penna e gli si è piazzato davanti. Direttore. Elisa c’ rimasta male e Gaudenzio sente da sempre, per questa ragione, un profondo senso di colpa nei suoi confronti. Così le lascia carta bianca.

Libera di decidere su tutto, escluso Topolino, che non si tocca. E’ il trono di Capelli. Passi per la carriera, ma Capelli traccia confini ben precisi nei ruoli, oltre i quali neanche la Penna può andare. Gaudenzio le ha riservato Il Giornale di Barbie. E’ una delle venti pubblicazioni che Capelli dirige e che fruttano alla Mondadori decine di miliardi all’nno. Barbie, la bambola sexy della Mattel. Un fiume di denaro.

Ho appena il tempo di stringere la mano alla Penna che capisco dove sto per andare. A Barbie, mi viene la pelle d’oca a pensarci. La bambola con le chiappe rotonde e le tette a punta che mia sorella vestiva e io svestivo. La Penna mi fa segno di seguirla. Attraverso la redazione seguito dagli sguardi dei colleghi. Ho l’impressione di vederli sorridere. In silenzio, ognuno fisso al posto di prima, la testa bassa ma con una sottile perfidia sulle labbra. Ci credo. Barbie, mi ripeto mentre entro dalla Penna.

Eccola lì. Nel trionfo del suo fascino perverso. Un manifesto formato gigante attaccato al muro. Barbie e Ken, il fidanzato che non si sa che cos’ha sotto il costume da bagno, mano nella mano davanti all’monimo camper e all’omonima casa tutta dipinta di rosa. E’ l’ufficio della Penna. Ci sono montagne di Barbie disegnate. Libri, fotografie, gadget, come un negozio. Sono così preso da questo batuffolo rosa di ufficio che non mi accorgo che il vicedirettore mi fa segno di accomodarmi.

La Penna è una donna che ha più di cinquant’anni, di corporatura robusta, infagottata in abiti senza forma, capelli tinti di biondo, la faccia larga cascante, gli occhi chiari e acquosi. Una quasi nonna, nubile, solitaria, abita con un gatto a San Felice, quartiere di lusso davanti alla Mondadori.

E’ una donna strana, umorale, capace di ridere spensierata e due minuti dopo piangere come una bambina. Prende da parte i redattori, li sgrida con il dito puntato in alto, poi si pente, torna in ufficio e piange. Ogni tanto cammina con brevi saltelli, altre volte si muove come avesse cento chili sulle spalle, spesso corre come inseguita da Ken in moto. Quando ti guarda tiene gli occhi chiusi a fessura, poi li spalanca di botto, parla con una specie di cantilena, muovendo la testa da una parte all’altra. Si tocca i capelli, guarda fisso negli occhi, ha poca memoria e spesso pensa ad altro. Ha la mania dei vezzeggiativi. Li usa in continuazione. Mi parla come se fossi una bambina.

“Barbie, chi l’avrebbe mai detto…” dico mentre mi siedo.

“Che caruccia, vero? “.

“Insomma… “.

“Un tesoruccio di bambina”.

Volendo potrei uscire. Ora. Senza voltarmi indietro per non restare di sale. Rimango. La Penna di ogni vocabolo ne fa un diminutivo. Tutto è piccolo. Anch’io, forse.

“Non sapevo che esistesse un giornale così” dico per riprendere un po’ a conversazione. Lei mi fissa, contornata da un disegno che ha alle spalle dove si vede Barbie in groppa ad un cavallo alato verde pisello.

“Uhh, perbacco! Eccome se esiste questo giornale! Abbiamo migliaia di teneri cuoricini che ci aspettano ogni settimana. Vedrai” mi dice. Una minaccia e una promessa. Poi tace di nuovo. Reclina la testa, socchiude gli occhi, sorride. Sto diventando un elfo.

“E io che dovrei fare? “.

“Intanto darmi del tu e chiamarmi Elisa”.

“Ciao Elisa”. Caruccio. Ho di nuovo l’occasione per uscire. E’ stato un piacere. Saluto Elisa, Gaudenzio e me ne vado.

“Ho pensato nella mia testolina che per questo numero ti occuperai dell’oroscopo rosa. E’ un compito non facile. Sono esigenti le nostre piccole birichine”.

Oroscopo. Non so che cos’è. Neanche quello dei grandi, mai letto, nessuna curiosità, non conosco nemmeno il nome dei segni zodiacali. Zero assoluto. Oroscopo e per giunta rosa.

“Le piccole birichine…” dico pensando ad alta voce.

“Bravo, vedo che sei già entrato nei nostri dolci pensieri. Io le chiamo proprio così. Sono come delle pesche appena colte. Sapessi come mi vogliono bene!” dice la Penna aprendo due pagine di una bozza disegnata dai grafici. Sono le due facciate centrali. Quelle del mio oroscopo.

“Non ne capisco molto di oroscopi… ” provo a dire.

“Ohh…beh…ohh…questo non importa. Ti do io un libro. Vedrai che è facile”.

E poi hai un mese tempo, ometto. Ci sarà da ridere. Quando torno alla mia scrivania il caposervizio sta tenendo un sermone sulle origini di Paperinik. Ne discute con Adriano Baggi, l’uomo senza il quale Topolino sarebbe muto.

Baggi è un disegnatore, ma non sa nemmeno tratteggiare il becco di Paperino o le orecchie di Pluto o i piedi di Pippo, non inventa storie, né scrive testi. Baggi fa molto di più in realtà. Lui è l’uomo che scrive una per una le parole dei fumetti. Ogni sillaba, frase, esclamazione, tutto quello che sta racchiuso nel fumetto è opera sua. Le lettere tutte uguali, alte alla stessa misura, così precise che sembrano stampate da un computer sono scritte a mano da lui. Baggi entra al mattino alle sette e va via la sera alle otto. Tutti i giorni, anche il sabato. Un certosino. China le testa sui disegni, traccia il fumetto e ci scrive dentro. Dicono che ha un brutto carattere. Ogni tanto sbotta in dialetto quando non capisce che cosa ha scritto lo sceneggiatore e che lui deve copiare. Getta i fogli nel cestino e va a protestare dal direttore. Si ferma solo per la pausa mensa. Poi torna lì, nel suo angolo. Lentamente, prima a matita, poi a china, una lettera dopo l’altra, anni di fumetti, di storie, milioni di parole.

Ci metto due giorni a dare forma al mio oroscopo. I segni li metto in ordine d’alfabeto. Un grafico mi illustra l’impaginato. Lo zodiaco del mese ha uno sfondo verde chiaro, tra uno segno e l’altro, spiccano pianeti rosa, stelle gialle, cavalli alati, una Barbie in minigonna, arbusti in fiore, macchie colorate dai toni pastello. Fa schifo. Mi metto alla macchina e scrivo le previsioni. Ci metto un giorno. Nel tardo pomeriggio busso alla Penna. Sta scrivendo. Un tasto via l’altro. Ha i capelli raccolti a crocchia, ma una ciocca le cade sulle spalle. Quando mi sente si volta con una specie di sobbalzo e poi si allarga in un sorriso. Toc, toc, chi c’è qua? Le consegno l’impaginato, lei lo mette da parte e mi ringrazia. Tutto con calma.

Il mattino dopo l’oroscopo è sul mio tavolo. Non ha correzioni, è completamente rifatto. Mi affaccio dalla Penna. Tanto per capire. Il vicedirettore scuote la sua testa, fa scivolare gli occhiali sul petto, allunga le labbra come se volesse schioccare un bacio. Il testo va bene, l’ho copiato, è il linguaggio che non funziona.

“Più dolce, più tenero” dice tenendomi proditoriamente una mano. Più friabile forse.

“E’ che non sono pratico… “.

“Lo so, ma non ti preoccupare, in principio qui da noi è sempre così. Adesso lo rifai. Quando scrivi pensa alle nostre piccole bambine. Vedrai che andrà bene”.

Torno al tavolo. Mi rimetto davanti alla macchina da scrivere e fisso il foglio per un’ora. Sono già uguale agli altri. Adesso capisco perché stanno immobili. Rifaccio il mio oroscopo almeno sei volte. C’è sempre qualcosa che non va. La Penna corregge, tira una riga, sottolinea una frase. Questi segni zodiacali mi escono dalle orecchie. Sono trascorsi quasi due giorni, quindici ore lavorative, trenta fogli nel cestino quando sento di essere arrivato alla svolta finale, l?ultima battitura, quella buona.

“Pesci. Oggi sarai una farfallina. Volerai tra un fiore e l’altro, ma la tua mammina saprà capirti. Un piccolo regalo dalla tua amichetta. Per la tua tosse basterà un sciroppino”.

C’è tutto. Scuola, amicizia, salute. Alle cinque del pomeriggio mi presento dalla Penna. Sono stremato. Lei è sempre lì con la sua ciocca che sfoglia libri di cucina. Legge. Sorride.

“Bravo. Ci sei quasi. Vedi? E? questione di scrittura. Le mie discolette sono esigenti, per questo bisogna fare bene. Però vedi qui…” E mi corregge l’ultima frase. Dove ho scritto “baci alle nostre piccole amiche” lei scrive : “ciotti, ciotti, ciotti alle nostre piccole amiche”.

Ciotti? Sì come baciotti, sciocchino. Per fortuna. E’ andata bene.

alan.ansen@yahoo.it