Archivio per la categoria 'finegil'

La straordinaria storia di A. A.

In questo blog ho raccolto tutto quello che ricordo su colleghi giornalisti, redazioni, editori di grandi e piccole dimensioni, fatti, avventure,avvenimenti. Le decine di luoghi da cui sono transitato. E sono solo una parte. Tutto ciò che è riportato qui corrisponde al vero, i personaggi, così come gli episodi raccontati sono autentici. Alcuni tra le persone citate compaiono con il loro nome, ad altri ho dato un appellativo di fantasia. Compreso il mio nome, ovviamente.
Credo di avere fatto il giornalista fin da piccolo, anche se poi mi sono pentito più volte. Davvero, fin da studente delle medie. La voglia mi è venuta quando ho visto per la prima volta “Dieci in amore”, il film con Clark Gable che fa il caporedattore in un giornale pieno di fumo e di gente che va e viene. Ci ho provato in tutti i modi e dopo cento anni di gavetta ci sono riuscito. E’ che per molto tempo il mio è stato un giornalismo di contorno. Mai in mezzo ai fatti come avrei voluto, sempre di lato, in salita, alla ricerca di una sistemazione. Il mondo scriveva pagine memorabili di cronaca e io correggevo le sceneggiature di Topolino, la gente si sgozzava in guerra e io rispondevo alla posta di Dolly, la Juventus trionfava in campionato e io scrivevo l’oroscopo di Grazia. E’ andata così. Questi racconti ne sono la storia. L’importante forse è stato partecipare.
Le storie narrate si riferiscono agli anni tra il 1984 e il 1990 all’Arnoldo Mondadori Editore e al gruppo dei quotidiani Finegil Espresso La Repubblica tra il 1991 e il 1997. Restano fuori, per ora, una decina di giornali nei quali ho soggiornato per periodi più o meno lunghi, gli anni da telecronista dello sport di Retequattro e l’esperienza più recente a La Stampa. Ho un sacco di cattiverie da aggiungere, ma non so perché mi sento leggermente trattenuto dal raccontarle. Ora. Ma non per tanto, buona lettura.

1995 Il vicecaposervizio che sputava sulla tastiera

Lo hanno nominato da una settimana vicecaposervizio. Redazione staccata di Voghera del quotidiano La Provincia Pavese, città con qualche migliaio di sonnacchiosi abitanti sparsi nella pianura della Lombardia. Quando entra in redazione il primo giorno del suo incarico ufficiale Ottorino Amilcare volge uno sguardo rapido ai colleghi e si piazza al suo tavolo di comando. Vuole che i collaboratori lo chiamino “vicecaposorevizio”. Le nostre balle. Poche parole, sente nelle mani, nella mente, nelle vibrazioni del corpo la responsabilità che lo aspetta.

Certo la natura con lui non è stata generosa. Piccolo, tondo come una palla di cuoio, quasi calvo, quei pochi capelli che gli sono rimasti sono unti e disordinati, occhi piccoli e sfuggenti dietro un paio di lenti sporche, naso adunco, mani tozze, fronte lucida. Indossa una giacca grigio chiara che deve avere conosciuto tempi migliori, calzoni che cadono a fisarmonica sulle scarpe, una camicia, forse bianca, fuori dai calzoni, alone di sudore sotto le ascelle. E canottiera in trasparenza che mette in rilievo l’ampiezza della pancia.

Appena sistemato piazza sulla scrivania la foto della moglie con i due figli. Tanto perché si sappia. La moglie è graziosa, i figli decenti, forse Amilcare ha bevuto una pozione magica e ha subìto un’imprevista scomposizione molecolare. Da principe a rospo. Com’era prima non sappiamo, qui è un rospo. Anche nelle movenze. Salta, pesta i piedi, non ti guarda mai negli occhi. E’ un rospo anche nei gesti meno eleganti. Il primo giorno è raffreddato. Tossisce e starnutisce senza pararsi la mano davanti. E passi. Ma quando deve soffiarsi il naso un restringimento prende lo stomaco di tutti. Non ha fazzoletti, non usa carta né stoffa, con un dito chiude una narice e con l’altra soffia. Come i ciclisti in corsa. Solo che lui scracca direttamente sulla tastiera del computer. La sua, per fortuna. Ha piccole manie anche nell’uso del bagno. Quando entra nel cesso tira lo sciacquone prima di utilizzare il servizio. Una specie di misura preventiva. Quando esce invece non compie lo stesso gesto. Apre la finestra e basta. Il punto d’onore del vicecaposervizio sono però i denti. Un po’ cariati, ma lavati. Quando torna dall’intervallo s’infila nel solito bagno, tira il solito sciacquone, fa quello che deve fare ma non tutto, apre il rubinetto del lavandino e sfrega vigorosamente la dentatura, avanti e indietro, raschia, sputa e nel finale si esibisce in un grande spettacolo di gargarismi, il cui sonoro arriva fino in fondo alla redazione.

Questo è l’uomo, poi c’è il giornalista Amilcare, identico al primo. Quasi sempre irritato, irascibile, si muove a scatti, parla sovrapponendo le parole, cammina continuamente in redazione impartendo ordini, inventandosi servizi, cambiando opinione tre volte al minuto, incerto, medita ore su quale può essere la notizia del giorno, telefona alla moglie per chiedere consiglio. A Voghera non succede mai nulla. E ogni giorno Amilcare deve riempire cinque pagine di furti, piccole rapine ai pensionati, truffe da mercato, modifiche ai piani regolatori, liti politiche di quartiere. Un grammo di droga in tasca ad un marocchino va in prima pagina. Ma Amilcare ha l’ossessione dello scoop. Lo vuole ad ogni costo. Non importa come, importa che ci sia. Persegue il suo obiettivo con una tenacia sorprendente, si attacca alla più modesta delle notizie per trasformarla in una montagna. E se la notizia è un pallone bucato tanto peggio per gli altri. Lui continua a riempirne pagine intere, trasforma le smentite in atti d’accusa, non sposta di un millimetro la sua posizione iniziale. Anche quando tutto è palesemente contro di lui e contro le sue notizie gonfiate. E così ogni cronista di Voghera deve dimostrare sul giornale che Amilcare ha ragione e per farlo deve cambiare percorso nelle inchieste, modificare la sostanza degli avvenimenti, adattare i fatti alla tesi originaria del vicecaposervizio.

E’ una tarda mattinata di primavera quando arrivo e trovo il fotografo con un pezzo di mattone in mano. La sua attendibilità è piuttosto variabile. E’ pagato a foto pubblicata. Dunque, può fare scatti su qualunque oggetto e in qualsiasi momento. Dipende dal compenso del mese. Quel giorno non si accontenta della foto, arriva con il mattone. Le maniche della giacca arrotolate sui gomiti Amilcare è già al telefono. Parla con la redazione centrale, fibrillazione in crescita. Tiene il tono della voce alto, sgambetta, agita le mani. Quel mattone posato sul tavolo è lo scoop dell’anno.

“Ti dico che crolla il duomo!” urla a chi sta dall’altra parte del filo. La telefonata dura poco. Prende in mano il coccio, osserva la chiesa che si vede dalle finestre della redazione, fa un piccolo salto e si riattacca al telefono. “Guarda che va giù!”. Riattacca, richiama e vuol parlare con il direttore. Il duomo è sempre lì. Da qualche secolo. Fatto e rifatto, non è un’opera d’arte, ma ai vogheresi piace anche così. Grande silenzio in redazione, Amilcare parla con il capo, lo vedo che mi fa segno di non togliermi la giacca.

Posa la cornetta: “Vai di filato dal parroco. Vogliamo tutta la verità! Il direttore è scatenato!”. Ormai il processo d’innesco della miccia è avviato, per nulla al mondo Amilcare farebbe un passo indietro. In mano abbiamo solo un mattone, che assomiglia vagamente al colore di quelli che rivestono la facciata della chiesa, ma nulla più.

Esco, attraverso la piazza sotto folate di vento impetuoso, sento lo sguardo di Amilcare che mi segue. E’ lì, in piedi, con la pancia fuori dalla camicia, che guarda. Giro l’angolo e m’infilo in sacrestia. Il monsignore e parroco del duomo è chiuso nel suo ufficio. Sì, effettivamente quel pezzo di muro di pochi centimetri è proprio del duomo. Lo sa anche il suo legittimo proprietario, è un frammento del cornicione che è crollato forse a causa di un piccione con le zampe pesanti o del vento di stamattina. O magari di un ristagno di acqua. Ma la chiesa è solida, stiano tranquilli i cittadini dice il monsignore.

Torno in redazione e Amilcare ha già impostato la pagina. Titolo, crolla il duomo. Gli spiego che è il bordo esterno del cornicione quello che ha sul tavolo, non la colonna portante dell’edificio. “Fantastico!” grida.

Alza il telefono. “Ci siamo. E’ confermato, abbiamo in mano un mattone del tetto! Siamo in piena emergenza, va giù tutto!”. Via libera dal direttore, Amilcare prepara il piano d’attacco. Si comincia dalla torre campanaria. Torno in chiesa con il fotografo. Il parroco non capisce l’insistenza, ma ha bisogno che si parli della festa che si terrà in chiesa tra due settimane. Perciò ci fa aprire la porta della torre dal sacrestano che mastica un paio d’insulti prima di mostraci la scala che porta in cima al campanile. Più o meno settecento gradini, alti più di cinquanta centimetri l’uno, ricoperti dallo sterco dei piccioni che nidificano all’interno della torre e che impauriti dal nostro ingresso spiccano un maestoso volo dal basso verso l’alto cagando a mitragliata sulle nostre teste. Mi riparo dai colpi infilandomi in un ripostiglio alla base delle scale. Poi comincia la salita. Un’impresa per me, che non arrivo al metro e settanta, e che ho un’apertura di gamba inferiore all’altezza di ciascun gradino. Li faccio tutti, venti minuti, tocco ogni parete, scandaglio ogni buco, osservo anche i più piccoli interstizi, dalle bifore che circondano la torre il vento sembra ancora più forte. Entra ed esce da una parte all’altra modulando fischi di varia intensità. Il campanile è interamente rivestito in cemento, non c’è traccia di pietrisco, di mattoni spezzati, d’incrinature, nulla che faccia pensare ad un crollo o ad una possibile minaccia di caduta. Nulla, zero assoluto. A parte la sporcizia, la cacca dei piccioni e qualche macchia di umidità la torre sembra più sana della faccia pallida di Battaglia.

Quando rientro in redazione spiego nei dettagli l’escursione sui gradini, ma tutto è sistemato. La torre se non crolla oggi lo farà domani, ne parleremo per un mese, ogni giorno un mattone. Le grandi manovre di Amilcare sono già partite.

alan.ansen@yahoo.it

1993 L’architetto che voleva fare il giornalista

E’ uno dei tanti. Tutti i giornali locali hanno decine di collaboratori. Un esercito di gente che spera un giorno di diventare un vero giornalista. Non ci riusciranno mai, e la maggior parte lo sa. Dire “faccio il giornalista” però allevia le fatiche di mestieri e professioni avvolte nel grigiore di una provincia ancora più grigia. Roberto Piccolo è uno dell’esercito degli “aspiranti”. Alcuni sono impiegati, altri sportellisti alle poste, insegnanti, agenti delle assicurazioni, cuochi, baristi, parrucchieri che posato il pettine mettono mano alla tastiera. Tutto serve. Un giornale di provincia chiuderebbe in poche ore se non potesse contare sul vigile del fuoco che telefona in redazione quando scoppia un incendio, molla la pompa e scrive.

Roberto Piccolo è un architetto e neanche tanto giovane. Per giovani s’intendono ragazzi di vent’anni che hanno davanti a loro un decennio da buttare al vento. Sempre che abbiano una famiglia che li sostiene economicamente. Piccolo è un autentico testardo di provincia. Ha deciso da bambino che da grande avrebbe fatto il giornalista e non retrocede di un millimetro, anche ora che ha quasi quarant’anni.

Fisicamente Piccolo si presenta bene. Alto, spalle larghe, sorridente, occhio sveglio, stretta di mano asciutta e solida. Sempre pronto per qualunque missione. Scrive come un burocrate del catasto, usa il “dottor” ogni volta che cita il nome di qualcuno, ma è meglio della maggior parte dei collaboratori. In tasca non ha un soldo, veste regolarmente un abito antracite di buon taglio ma consunto e spiegazzato, camicia bianca ombreggiata di grigio sul collo, cravatta regimental lisa sui bordi, scarpe nere allacciate che mostrano sulla suola buchi rattoppati più volte. Visto da lontano però fa la sua figura. Sempre meglio del lattoniere, il cronista di sport che arriva in redazione con la borsa dei ferri appesa al collo. O del tecnico dei telefoni, il critico cinematografico, che porta al giornale gli articoli con la tuta blu dell’azienda.

Si presenta al giornale per la prima volta un mattino di marzo. Fa un freddo terribile. Nel mio sgabuzzino tengo la finestra ben chiusa, ma una lama gelida di aria che soffia su Ivrea direttamente dal Gran Paradiso mi taglia la schiena. Piccolo mi bussa al vetro della porta. So chi è perché collabora saltuariamente da qualche anno, però nessuno ha mai saputo come utilizzarlo. Ora mi è stata affidata una pagina sull’economia locale e ho bisogno di un collaboratore che sia in grado di scrivere qualcosa. Forse Piccolo è l’uomo giusto. Forse.

Lo guardo mentre bussa. Sorride, ben sbarbato, leggermente chino in avanti. Alto e robusto, ha metà fronte coperta dalla parte alta della porta.

“Si accomodi” dico mimando il gesto di aprire la porta.

“Dottore!” dice lui sorridente.

“Piacere” rispondo stringendogli la mano.

“Il piacere è mio dottore!” dice con foga Piccolo facendo scattare i tacchi delle scarpe.

“Guardi, non sono dottore. E non siamo in caserma. Chiamami Sal e diamoci del tu”.

Questa faccenda del “dottore” non lo convince:

“Non mi permetterei mai, dottore. Il “lei” va molto bene. E se mi consente mi consideri al suo servizio”. Si siede davanti a me. Mi guarda. Ha in mano dei fogli.

“Dunque, Piccolo. Faremo questa pagina sull’economia. Lei sa tutto di questa città, vero? Intendo dire sotto il profilo economico. Aziende, imprenditori, agricoltori. E’ un architetto, dunque per dovrebbe essere facile trovare dei contatti”.

“Perbacco, dottore! Faccia conto che da oggi abbiamo in mano tutta l’imprenditoria della regione”.

“Tutta non mi serve. Mi basta un po’. Purché interessante. L’economia è un argomento balordo, però abbiamo questa pagina e dobbiamo renderla il più possibile gradevole. Con l’associazione degli imprenditori in che rapporti è?”.

“Guardi, dottore!”. E Piccolo muovendo gli indici della mano destra e sinistra uno verso l’altro mima il gesto che indica grande confidenza. Sorride e scuote la testa.

“Gli agricoltori? Mi sembra gente un po’ ostica. Li conosce bene?” insisto.

“Ma dottore! I contadini? Io?”. E qui Piccolo fa una pausa. Una sospensione teatrale. Allarga le braccia, il sorriso. Si sporge sul tavolo, pianta una mano sul ripiano di legno, mi guarda fisso e dice: “Le confido un segreto”.

“Dica”.

“L’agricoltura è una passione per me”.

“Molto bene. E dei sindacati che mi dice?”. Piccolo si alza, come se stesse per andarsene, si pianta a gambe larghe in mezzo allo sgabuzzino ufficio. Si toglie la giacca. Tira fuori un taccuino non so da dove e me lo mostra da lontano. C’è qualcosa di scarabocchiato.

“Lei mi offende, dottore”.

“Non me ne voglia”.

“I sindacati? Mi ha chiesto come sono messo con i sindacati? Ho sentito bene, dottore?”.

Annuisco.

Lui agita il taccuino avanti e indietro, lo indica con un dito e sussurra: “Sa che cosa c’è qui?”. No, che non lo so. “Qui c’è un intervista in esclusiva con il segretario della Cgil. La sto portando ad un altro giornale con il quale collaboro. Se vuole la cedo a lei. Solo a lei, dottore!”.

Non voglio la sua intervista. “Guardi, Piccolo niente articoli. Solo piccole informazioni. Ma ne voglio tante e tutti i giorni”.

Capisco subito che Piccolo imita il cronista d’assalto. In realtà, come scoprirò ben presto, lui non ha rapporti con nessuno in città, fatica a farsi ricevere e ottenere informazioni già riciclate da altri, usa nello scrivere un linguaggio contorto e non ha mai uno straccio di notizia decente. A casa non si fa trovare, promette di passare in redazione e non lo vedo per giorni, ha sempre una buona scusa per tutto. Ma questa sua capacità di mentire, di spacciarsi per quello che non è, di vendere fumo a quintali, di avere quell’aria da bravo ragazzo di buona famiglia di provincia caduta in momentanea disgrazia me lo rende straordinariamente gradevole. E’ un simpatico per natura. E’ un Piccolo di grande classe.

Un mattino di primavera, con la neve ancora sulle colline, lo trovo nel cortile del giornale, appoggiato ad un muro basso. Lo cercavo da giorni, come al solito, inutilmente. E’ senza cappotto, non ho mai capito se per scelta o per necessità, e sta chino sul muro. Scrive. Passo oltre, ma lui mi ha già visto da lontano:

“Dottore! Ha sentito che aria di primavera!” dice posando carta e penna. Mi viene incontro, con il sorriso di quello che vede tutto rosa. Non ho voglia di rimproverarlo, dirgli che da giorni aspetto notizie, che l’ultima volta aveva ricicciato tre righe già scritte un mese prima. Non ho voglia. Si arrangi. Ma lui è all’attacco:

“Sa che cosa facevo qui?”

Mi fermo e gli guardo i fogli.

“Cattivo umore, eh?” mi dice dandomi la solita asciutta stretta di mano.

“Allora, che faceva qui Piccolo?”

“Un pezzo per lei, dottore. L’ho scritto a macchina, ma pensavo di dargli ancora qualche ritocco proprio stamattina. Tre cartelle. Contento?”.

“Sono due settimane che aspetto queste tre cartelle, Piccolo. Non sarà in ritardo con il suo ritocco?”.

E qui Piccolo dà il meglio di sè. E’ unico. Un personaggio, un attore. Drammatico, comico, sbruffone. Sa di raccontare balle, ma lo fa così bene che non ascoltarlo sarebbe un peccato.

“Dunque, Piccolo?”.

“Dottore, non sa che cosa mi è successo” dice abbassando gli occhi, facendo la faccia triste, cambiando tono di voce. Adulto e bambino. Questa del “che cosa mi è successo” Piccolo la ripete sempre. Salvo qualche variazione, più dettata da ragioni metereologiche, pioggia, neve o vento, che da episodi inventati fatti passare per reali. E’ un grande attore, ma il suo copione, come le notizie che porta, è sempre lo stesso. Ha un canovaccio, su quello costruisce le varianti. Quel giorno di primavera però non sapevo dove volesse arrivare.

“Mi è successo un fatto incredibile. Se vuole glielo racconto mentre l’accompagno in ufficio, così ci scaldiamo un po’. Vuole, dottore?”. Mi sospinge verso la porta d’ingresso. La apre, la tiene con il piede, mi tocca il braccio, si para davanti: “Prego dottore, dopo di lei!”.

Saliamo, entriamo nel mio sgabuzzino, mi toglie il cappotto, mi sistema la sedia. Mi guarda. Aspetta che mi sieda e mi racconta una storia drammatica alla Dickens. In mezzo al torrente di parole, pronunciate con il tono grave di chi ha dovuto affrontare eccezionali eventi, di chi ha subito ingiustizie enormi, di chi è stato segnato dalla sorte malvagia, capisco che è una questione di soldi. Piccolo non ha una lira in tasca, non il becco di un quattrino, neanche cinque mila lire da mettere in benzina per riportare la macchina a casa. Che è una Bmw 520, vecchia di dieci anni, una specie di rottame vagante e rumoroso, che Piccolo guida con molta dignità e nel baule della quale tiene pane tagliato a fette e mortadella che mangia all’ora di pranzo, in piedi, nel parcheggio davanti alla redazione. Insomma, è a pezzi. Ma nella sua grandezza non è venuto a chiedere soldi a me, ma al giornale.

“Dottore, mi vergogno a dirlo. Ma se non muovo la macchina da lì mi danno la multa e se non ho una lira come faccio a pagare multa e benzina? Mi creda, mi sento a disagio. Ma lei è una persona sensibile, sono sicuro che mi capisce”..

Sto per commuovermi.

“Che devo fare, Piccolo?” dico guardando quella sua faccia che ha già ripreso colore.

“Grazie, dottore! Grazie! Posso suggerirle un rimedio?”

Sorrido. Non sono io che ho bisogno di un rimedio. E lui va avanti:

“Guardi, avrei pensato che si potrebbe chiamare l’amministrazione e chiedere a loro se possono darmi un anticipo sul mio compenso del prossimo mese. Si può?”.

Eravamo a marzo appena iniziato e Piccolo doveva avere già intascato il suo magro stipendio, 200 mila lire nette. Ora chiedeva un anticipo su quello di aprile.

“Quanto vuole?”.

“Se possibile, 190 mila lire, dottore”.

“Cioè tutto il compenso di aprile”.

“Quasi”.

Già, quasi. Chiamo l’amministrazione e ottengo l’anticipo. Piccolo è al settimo cielo, mi ringrazia dandomi una pacca sulle spalle, sorride, tocca il cielo con un dito. Se non è alla fame poco ci manca. Avrebbe potuto fare l’architetto, si ostina a fingersi giornalista. Per 190 mila lire.

“Vedrà, dottore non accadrà più. E’ un caso eccezionale. Circostanze avverse, cattivi consiglieri, un momento difficile. Passerà”.

“Mi porti delle notizie”.

“Domani. Tre pezzi le bastano? Cinque? Ho in macchina tutto il necessario”.

Guardo Piccolo che se ne va dal giornale con i suoi soldi in tasca. Il giorno dopo non vedrò nessun pezzo e nemmeno nelle successive tre settimane. In sei mesi Piccolo chiederà altri sei anticipi arrivando a metà anno con lo stipendio già pagato per l’altra metà. Ciononostante non avrà mai una lira. Con il vecchio Bmw smarmittato, la mortadella nel baule, i pochi articoli avvolti nella carta del pane. E il vestito grigio sempre più stazzonato.

alan.ansen@yahoo.it

La straordinaria storia di A.A.

In questo blog ho raccolto tutto quello che ricordo su colleghi giornalisti, redazioni, editori di grandi e piccole dimensioni, fatti, avventure,avvenimenti. Le decine di luoghi da cui sono transitato. E sono solo una parte. Tutto ciò che è riportato qui corrisponde al vero, i personaggi, così come gli episodi raccontati sono autentici. Alcuni tra le persone citate compaiono con il loro nome, ad altri ho dato un appellativo di fantasia. Compreso il mio nome, ovviamente.
Credo di avere fatto il giornalista fin da piccolo, anche se poi mi sono pentito più volte. Davvero, fin da studente delle medie. La voglia mi è venuta quando ho visto per la prima volta “Dieci in amore”, il film con Clark Gable che fa il caporedattore in un giornale pieno di fumo e di gente che va e viene. Ci ho provato in tutti i modi e dopo cento anni di gavetta ci sono riuscito. E’ che per molto tempo il mio è stato un giornalismo di contorno. Mai in mezzo ai fatti come avrei voluto, sempre di lato, in salita, alla ricerca di una sistemazione. Il mondo scriveva pagine memorabili di cronaca e io correggevo le sceneggiature di Topolino, la gente si sgozzava in guerra e io rispondevo alla posta di Dolly, la Juventus trionfava in campionato e io scrivevo l’oroscopo di Grazia. E’ andata così. Questi racconti ne sono la storia. L’importante forse è stato partecipare.
Le storie narrate si riferiscono agli anni tra il 1984 e il 1990 all’Arnoldo Mondadori Editore e al gruppo dei quotidiani Finegil Espresso La Repubblica tra il 1991 e il 1997. Restano fuori, per ora, una decina di giornali nei quali ho soggiornato per periodi più o meno lunghi, gli anni da telecronista dello sport di Retequattro e l’esperienza più recente, fino alla scorsa estate a La Stampa. Ho un sacco di cattiverie da aggiungere e lo farò presto. Per ora, buon divertimento.