In questo blog ho raccolto tutto quello che ricordo su colleghi giornalisti, redazioni, editori di grandi e piccole dimensioni, fatti, avventure,avvenimenti. Le decine di luoghi da cui sono transitato. E sono solo una parte. Tutto ciò che è riportato qui corrisponde al vero, i personaggi, così come gli episodi raccontati sono autentici. Alcuni tra le persone citate compaiono con il loro nome, ad altri ho dato un appellativo di fantasia. Compreso il mio nome, ovviamente.
Credo di avere fatto il giornalista fin da piccolo, anche se poi mi sono pentito più volte. Davvero, fin da studente delle medie. La voglia mi è venuta quando ho visto per la prima volta “Dieci in amore”, il film con Clark Gable che fa il caporedattore in un giornale pieno di fumo e di gente che va e viene. Ci ho provato in tutti i modi e dopo cento anni di gavetta ci sono riuscito. E’ che per molto tempo il mio è stato un giornalismo di contorno. Mai in mezzo ai fatti come avrei voluto, sempre di lato, in salita, alla ricerca di una sistemazione. Il mondo scriveva pagine memorabili di cronaca e io correggevo le sceneggiature di Topolino, la gente si sgozzava in guerra e io rispondevo alla posta di Dolly, la Juventus trionfava in campionato e io scrivevo l’oroscopo di Grazia. E’ andata così. Questi racconti ne sono la storia. L’importante forse è stato partecipare.
Le storie narrate si riferiscono agli anni tra il 1984 e il 1990 all’Arnoldo Mondadori Editore e al gruppo dei quotidiani Finegil Espresso La Repubblica tra il 1991 e il 1997. Restano fuori, per ora, una decina di giornali nei quali ho soggiornato per periodi più o meno lunghi, gli anni da telecronista dello sport di Retequattro e l’esperienza più recente a La Stampa. Ho un sacco di cattiverie da aggiungere, ma non so perché mi sento leggermente trattenuto dal raccontarle. Ora. Ma non per tanto, buona lettura.
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1995 Il vicecaposervizio che sputava sulla tastiera
Pubblicato Febbraio 15, 2007 finegil , giornalismo , giornalisti , gruppo espresso , provincia pavese 8 CommentiLo hanno nominato da una settimana vicecaposervizio. Redazione staccata di Voghera del quotidiano La Provincia Pavese, città con qualche migliaio di sonnacchiosi abitanti sparsi nella pianura della Lombardia. Quando entra in redazione il primo giorno del suo incarico ufficiale Ottorino Amilcare volge uno sguardo rapido ai colleghi e si piazza al suo tavolo di comando. Vuole che i collaboratori lo chiamino “vicecaposorevizio”. Le nostre balle. Poche parole, sente nelle mani, nella mente, nelle vibrazioni del corpo la responsabilità che lo aspetta.
Certo la natura con lui non è stata generosa. Piccolo, tondo come una palla di cuoio, quasi calvo, quei pochi capelli che gli sono rimasti sono unti e disordinati, occhi piccoli e sfuggenti dietro un paio di lenti sporche, naso adunco, mani tozze, fronte lucida. Indossa una giacca grigio chiara che deve avere conosciuto tempi migliori, calzoni che cadono a fisarmonica sulle scarpe, una camicia, forse bianca, fuori dai calzoni, alone di sudore sotto le ascelle. E canottiera in trasparenza che mette in rilievo l’ampiezza della pancia.
Appena sistemato piazza sulla scrivania la foto della moglie con i due figli. Tanto perché si sappia. La moglie è graziosa, i figli decenti, forse Amilcare ha bevuto una pozione magica e ha subìto un’imprevista scomposizione molecolare. Da principe a rospo. Com’era prima non sappiamo, qui è un rospo. Anche nelle movenze. Salta, pesta i piedi, non ti guarda mai negli occhi. E’ un rospo anche nei gesti meno eleganti. Il primo giorno è raffreddato. Tossisce e starnutisce senza pararsi la mano davanti. E passi. Ma quando deve soffiarsi il naso un restringimento prende lo stomaco di tutti. Non ha fazzoletti, non usa carta né stoffa, con un dito chiude una narice e con l’altra soffia. Come i ciclisti in corsa. Solo che lui scracca direttamente sulla tastiera del computer. La sua, per fortuna. Ha piccole manie anche nell’uso del bagno. Quando entra nel cesso tira lo sciacquone prima di utilizzare il servizio. Una specie di misura preventiva. Quando esce invece non compie lo stesso gesto. Apre la finestra e basta. Il punto d’onore del vicecaposervizio sono però i denti. Un po’ cariati, ma lavati. Quando torna dall’intervallo s’infila nel solito bagno, tira il solito sciacquone, fa quello che deve fare ma non tutto, apre il rubinetto del lavandino e sfrega vigorosamente la dentatura, avanti e indietro, raschia, sputa e nel finale si esibisce in un grande spettacolo di gargarismi, il cui sonoro arriva fino in fondo alla redazione.
Questo è l’uomo, poi c’è il giornalista Amilcare, identico al primo. Quasi sempre irritato, irascibile, si muove a scatti, parla sovrapponendo le parole, cammina continuamente in redazione impartendo ordini, inventandosi servizi, cambiando opinione tre volte al minuto, incerto, medita ore su quale può essere la notizia del giorno, telefona alla moglie per chiedere consiglio. A Voghera non succede mai nulla. E ogni giorno Amilcare deve riempire cinque pagine di furti, piccole rapine ai pensionati, truffe da mercato, modifiche ai piani regolatori, liti politiche di quartiere. Un grammo di droga in tasca ad un marocchino va in prima pagina. Ma Amilcare ha l’ossessione dello scoop. Lo vuole ad ogni costo. Non importa come, importa che ci sia. Persegue il suo obiettivo con una tenacia sorprendente, si attacca alla più modesta delle notizie per trasformarla in una montagna. E se la notizia è un pallone bucato tanto peggio per gli altri. Lui continua a riempirne pagine intere, trasforma le smentite in atti d’accusa, non sposta di un millimetro la sua posizione iniziale. Anche quando tutto è palesemente contro di lui e contro le sue notizie gonfiate. E così ogni cronista di Voghera deve dimostrare sul giornale che Amilcare ha ragione e per farlo deve cambiare percorso nelle inchieste, modificare la sostanza degli avvenimenti, adattare i fatti alla tesi originaria del vicecaposervizio.
E’ una tarda mattinata di primavera quando arrivo e trovo il fotografo con un pezzo di mattone in mano. La sua attendibilità è piuttosto variabile. E’ pagato a foto pubblicata. Dunque, può fare scatti su qualunque oggetto e in qualsiasi momento. Dipende dal compenso del mese. Quel giorno non si accontenta della foto, arriva con il mattone. Le maniche della giacca arrotolate sui gomiti Amilcare è già al telefono. Parla con la redazione centrale, fibrillazione in crescita. Tiene il tono della voce alto, sgambetta, agita le mani. Quel mattone posato sul tavolo è lo scoop dell’anno.
“Ti dico che crolla il duomo!” urla a chi sta dall’altra parte del filo. La telefonata dura poco. Prende in mano il coccio, osserva la chiesa che si vede dalle finestre della redazione, fa un piccolo salto e si riattacca al telefono. “Guarda che va giù!”. Riattacca, richiama e vuol parlare con il direttore. Il duomo è sempre lì. Da qualche secolo. Fatto e rifatto, non è un’opera d’arte, ma ai vogheresi piace anche così. Grande silenzio in redazione, Amilcare parla con il capo, lo vedo che mi fa segno di non togliermi la giacca.
Posa la cornetta: “Vai di filato dal parroco. Vogliamo tutta la verità! Il direttore è scatenato!”. Ormai il processo d’innesco della miccia è avviato, per nulla al mondo Amilcare farebbe un passo indietro. In mano abbiamo solo un mattone, che assomiglia vagamente al colore di quelli che rivestono la facciata della chiesa, ma nulla più.
Esco, attraverso la piazza sotto folate di vento impetuoso, sento lo sguardo di Amilcare che mi segue. E’ lì, in piedi, con la pancia fuori dalla camicia, che guarda. Giro l’angolo e m’infilo in sacrestia. Il monsignore e parroco del duomo è chiuso nel suo ufficio. Sì, effettivamente quel pezzo di muro di pochi centimetri è proprio del duomo. Lo sa anche il suo legittimo proprietario, è un frammento del cornicione che è crollato forse a causa di un piccione con le zampe pesanti o del vento di stamattina. O magari di un ristagno di acqua. Ma la chiesa è solida, stiano tranquilli i cittadini dice il monsignore.
Torno in redazione e Amilcare ha già impostato la pagina. Titolo, crolla il duomo. Gli spiego che è il bordo esterno del cornicione quello che ha sul tavolo, non la colonna portante dell’edificio. “Fantastico!” grida.
Alza il telefono. “Ci siamo. E’ confermato, abbiamo in mano un mattone del tetto! Siamo in piena emergenza, va giù tutto!”. Via libera dal direttore, Amilcare prepara il piano d’attacco. Si comincia dalla torre campanaria. Torno in chiesa con il fotografo. Il parroco non capisce l’insistenza, ma ha bisogno che si parli della festa che si terrà in chiesa tra due settimane. Perciò ci fa aprire la porta della torre dal sacrestano che mastica un paio d’insulti prima di mostraci la scala che porta in cima al campanile. Più o meno settecento gradini, alti più di cinquanta centimetri l’uno, ricoperti dallo sterco dei piccioni che nidificano all’interno della torre e che impauriti dal nostro ingresso spiccano un maestoso volo dal basso verso l’alto cagando a mitragliata sulle nostre teste. Mi riparo dai colpi infilandomi in un ripostiglio alla base delle scale. Poi comincia la salita. Un’impresa per me, che non arrivo al metro e settanta, e che ho un’apertura di gamba inferiore all’altezza di ciascun gradino. Li faccio tutti, venti minuti, tocco ogni parete, scandaglio ogni buco, osservo anche i più piccoli interstizi, dalle bifore che circondano la torre il vento sembra ancora più forte. Entra ed esce da una parte all’altra modulando fischi di varia intensità. Il campanile è interamente rivestito in cemento, non c’è traccia di pietrisco, di mattoni spezzati, d’incrinature, nulla che faccia pensare ad un crollo o ad una possibile minaccia di caduta. Nulla, zero assoluto. A parte la sporcizia, la cacca dei piccioni e qualche macchia di umidità la torre sembra più sana della faccia pallida di Battaglia.
Quando rientro in redazione spiego nei dettagli l’escursione sui gradini, ma tutto è sistemato. La torre se non crolla oggi lo farà domani, ne parleremo per un mese, ogni giorno un mattone. Le grandi manovre di Amilcare sono già partite.
alan.ansen@yahoo.it
1993 L’architetto che voleva fare il giornalista
Pubblicato Febbraio 15, 2007 finegil , giornalismo , la sentinella del canavese 4 CommentiE’ uno dei tanti. Tutti i giornali locali hanno decine di collaboratori. Un esercito di gente che spera un giorno di diventare un vero giornalista. Non ci riusciranno mai, e la maggior parte lo sa. Dire “faccio il giornalista” però allevia le fatiche di mestieri e professioni avvolte nel grigiore di una provincia ancora più grigia. Roberto Piccolo è uno dell’esercito degli “aspiranti”. Alcuni sono impiegati, altri sportellisti alle poste, insegnanti, agenti delle assicurazioni, cuochi, baristi, parrucchieri che posato il pettine mettono mano alla tastiera. Tutto serve. Un giornale di provincia chiuderebbe in poche ore se non potesse contare sul vigile del fuoco che telefona in redazione quando scoppia un incendio, molla la pompa e scrive.
Roberto Piccolo è un architetto e neanche tanto giovane. Per giovani s’intendono ragazzi di vent’anni che hanno davanti a loro un decennio da buttare al vento. Sempre che abbiano una famiglia che li sostiene economicamente. Piccolo è un autentico testardo di provincia. Ha deciso da bambino che da grande avrebbe fatto il giornalista e non retrocede di un millimetro, anche ora che ha quasi quarant’anni.
Fisicamente Piccolo si presenta bene. Alto, spalle larghe, sorridente, occhio sveglio, stretta di mano asciutta e solida. Sempre pronto per qualunque missione. Scrive come un burocrate del catasto, usa il “dottor” ogni volta che cita il nome di qualcuno, ma è meglio della maggior parte dei collaboratori. In tasca non ha un soldo, veste regolarmente un abito antracite di buon taglio ma consunto e spiegazzato, camicia bianca ombreggiata di grigio sul collo, cravatta regimental lisa sui bordi, scarpe nere allacciate che mostrano sulla suola buchi rattoppati più volte. Visto da lontano però fa la sua figura. Sempre meglio del lattoniere, il cronista di sport che arriva in redazione con la borsa dei ferri appesa al collo. O del tecnico dei telefoni, il critico cinematografico, che porta al giornale gli articoli con la tuta blu dell’azienda.
Si presenta al giornale per la prima volta un mattino di marzo. Fa un freddo terribile. Nel mio sgabuzzino tengo la finestra ben chiusa, ma una lama gelida di aria che soffia su Ivrea direttamente dal Gran Paradiso mi taglia la schiena. Piccolo mi bussa al vetro della porta. So chi è perché collabora saltuariamente da qualche anno, però nessuno ha mai saputo come utilizzarlo. Ora mi è stata affidata una pagina sull’economia locale e ho bisogno di un collaboratore che sia in grado di scrivere qualcosa. Forse Piccolo è l’uomo giusto. Forse.
Lo guardo mentre bussa. Sorride, ben sbarbato, leggermente chino in avanti. Alto e robusto, ha metà fronte coperta dalla parte alta della porta.
“Si accomodi” dico mimando il gesto di aprire la porta.
“Dottore!” dice lui sorridente.
“Piacere” rispondo stringendogli la mano.
“Il piacere è mio dottore!” dice con foga Piccolo facendo scattare i tacchi delle scarpe.
“Guardi, non sono dottore. E non siamo in caserma. Chiamami Sal e diamoci del tu”.
Questa faccenda del “dottore” non lo convince:
“Non mi permetterei mai, dottore. Il “lei” va molto bene. E se mi consente mi consideri al suo servizio”. Si siede davanti a me. Mi guarda. Ha in mano dei fogli.
“Dunque, Piccolo. Faremo questa pagina sull’economia. Lei sa tutto di questa città, vero? Intendo dire sotto il profilo economico. Aziende, imprenditori, agricoltori. E’ un architetto, dunque per dovrebbe essere facile trovare dei contatti”.
“Perbacco, dottore! Faccia conto che da oggi abbiamo in mano tutta l’imprenditoria della regione”.
“Tutta non mi serve. Mi basta un po’. Purché interessante. L’economia è un argomento balordo, però abbiamo questa pagina e dobbiamo renderla il più possibile gradevole. Con l’associazione degli imprenditori in che rapporti è?”.
“Guardi, dottore!”. E Piccolo muovendo gli indici della mano destra e sinistra uno verso l’altro mima il gesto che indica grande confidenza. Sorride e scuote la testa.
“Gli agricoltori? Mi sembra gente un po’ ostica. Li conosce bene?” insisto.
“Ma dottore! I contadini? Io?”. E qui Piccolo fa una pausa. Una sospensione teatrale. Allarga le braccia, il sorriso. Si sporge sul tavolo, pianta una mano sul ripiano di legno, mi guarda fisso e dice: “Le confido un segreto”.
“Dica”.
“L’agricoltura è una passione per me”.
“Molto bene. E dei sindacati che mi dice?”. Piccolo si alza, come se stesse per andarsene, si pianta a gambe larghe in mezzo allo sgabuzzino ufficio. Si toglie la giacca. Tira fuori un taccuino non so da dove e me lo mostra da lontano. C’è qualcosa di scarabocchiato.
“Lei mi offende, dottore”.
“Non me ne voglia”.
“I sindacati? Mi ha chiesto come sono messo con i sindacati? Ho sentito bene, dottore?”.
Annuisco.
Lui agita il taccuino avanti e indietro, lo indica con un dito e sussurra: “Sa che cosa c’è qui?”. No, che non lo so. “Qui c’è un intervista in esclusiva con il segretario della Cgil. La sto portando ad un altro giornale con il quale collaboro. Se vuole la cedo a lei. Solo a lei, dottore!”.
Non voglio la sua intervista. “Guardi, Piccolo niente articoli. Solo piccole informazioni. Ma ne voglio tante e tutti i giorni”.
Capisco subito che Piccolo imita il cronista d’assalto. In realtà, come scoprirò ben presto, lui non ha rapporti con nessuno in città, fatica a farsi ricevere e ottenere informazioni già riciclate da altri, usa nello scrivere un linguaggio contorto e non ha mai uno straccio di notizia decente. A casa non si fa trovare, promette di passare in redazione e non lo vedo per giorni, ha sempre una buona scusa per tutto. Ma questa sua capacità di mentire, di spacciarsi per quello che non è, di vendere fumo a quintali, di avere quell’aria da bravo ragazzo di buona famiglia di provincia caduta in momentanea disgrazia me lo rende straordinariamente gradevole. E’ un simpatico per natura. E’ un Piccolo di grande classe.
Un mattino di primavera, con la neve ancora sulle colline, lo trovo nel cortile del giornale, appoggiato ad un muro basso. Lo cercavo da giorni, come al solito, inutilmente. E’ senza cappotto, non ho mai capito se per scelta o per necessità, e sta chino sul muro. Scrive. Passo oltre, ma lui mi ha già visto da lontano:
“Dottore! Ha sentito che aria di primavera!” dice posando carta e penna. Mi viene incontro, con il sorriso di quello che vede tutto rosa. Non ho voglia di rimproverarlo, dirgli che da giorni aspetto notizie, che l’ultima volta aveva ricicciato tre righe già scritte un mese prima. Non ho voglia. Si arrangi. Ma lui è all’attacco:
“Sa che cosa facevo qui?”
Mi fermo e gli guardo i fogli.
“Cattivo umore, eh?” mi dice dandomi la solita asciutta stretta di mano.
“Allora, che faceva qui Piccolo?”
“Un pezzo per lei, dottore. L’ho scritto a macchina, ma pensavo di dargli ancora qualche ritocco proprio stamattina. Tre cartelle. Contento?”.
“Sono due settimane che aspetto queste tre cartelle, Piccolo. Non sarà in ritardo con il suo ritocco?”.
E qui Piccolo dà il meglio di sè. E’ unico. Un personaggio, un attore. Drammatico, comico, sbruffone. Sa di raccontare balle, ma lo fa così bene che non ascoltarlo sarebbe un peccato.
“Dunque, Piccolo?”.
“Dottore, non sa che cosa mi è successo” dice abbassando gli occhi, facendo la faccia triste, cambiando tono di voce. Adulto e bambino. Questa del “che cosa mi è successo” Piccolo la ripete sempre. Salvo qualche variazione, più dettata da ragioni metereologiche, pioggia, neve o vento, che da episodi inventati fatti passare per reali. E’ un grande attore, ma il suo copione, come le notizie che porta, è sempre lo stesso. Ha un canovaccio, su quello costruisce le varianti. Quel giorno di primavera però non sapevo dove volesse arrivare.
“Mi è successo un fatto incredibile. Se vuole glielo racconto mentre l’accompagno in ufficio, così ci scaldiamo un po’. Vuole, dottore?”. Mi sospinge verso la porta d’ingresso. La apre, la tiene con il piede, mi tocca il braccio, si para davanti: “Prego dottore, dopo di lei!”.
Saliamo, entriamo nel mio sgabuzzino, mi toglie il cappotto, mi sistema la sedia. Mi guarda. Aspetta che mi sieda e mi racconta una storia drammatica alla Dickens. In mezzo al torrente di parole, pronunciate con il tono grave di chi ha dovuto affrontare eccezionali eventi, di chi ha subito ingiustizie enormi, di chi è stato segnato dalla sorte malvagia, capisco che è una questione di soldi. Piccolo non ha una lira in tasca, non il becco di un quattrino, neanche cinque mila lire da mettere in benzina per riportare la macchina a casa. Che è una Bmw 520, vecchia di dieci anni, una specie di rottame vagante e rumoroso, che Piccolo guida con molta dignità e nel baule della quale tiene pane tagliato a fette e mortadella che mangia all’ora di pranzo, in piedi, nel parcheggio davanti alla redazione. Insomma, è a pezzi. Ma nella sua grandezza non è venuto a chiedere soldi a me, ma al giornale.
“Dottore, mi vergogno a dirlo. Ma se non muovo la macchina da lì mi danno la multa e se non ho una lira come faccio a pagare multa e benzina? Mi creda, mi sento a disagio. Ma lei è una persona sensibile, sono sicuro che mi capisce”..
Sto per commuovermi.
“Che devo fare, Piccolo?” dico guardando quella sua faccia che ha già ripreso colore.
“Grazie, dottore! Grazie! Posso suggerirle un rimedio?”
Sorrido. Non sono io che ho bisogno di un rimedio. E lui va avanti:
“Guardi, avrei pensato che si potrebbe chiamare l’amministrazione e chiedere a loro se possono darmi un anticipo sul mio compenso del prossimo mese. Si può?”.
Eravamo a marzo appena iniziato e Piccolo doveva avere già intascato il suo magro stipendio, 200 mila lire nette. Ora chiedeva un anticipo su quello di aprile.
“Quanto vuole?”.
“Se possibile, 190 mila lire, dottore”.
“Cioè tutto il compenso di aprile”.
“Quasi”.
Già, quasi. Chiamo l’amministrazione e ottengo l’anticipo. Piccolo è al settimo cielo, mi ringrazia dandomi una pacca sulle spalle, sorride, tocca il cielo con un dito. Se non è alla fame poco ci manca. Avrebbe potuto fare l’architetto, si ostina a fingersi giornalista. Per 190 mila lire.
“Vedrà, dottore non accadrà più. E’ un caso eccezionale. Circostanze avverse, cattivi consiglieri, un momento difficile. Passerà”.
“Mi porti delle notizie”.
“Domani. Tre pezzi le bastano? Cinque? Ho in macchina tutto il necessario”.
Guardo Piccolo che se ne va dal giornale con i suoi soldi in tasca. Il giorno dopo non vedrò nessun pezzo e nemmeno nelle successive tre settimane. In sei mesi Piccolo chiederà altri sei anticipi arrivando a metà anno con lo stipendio già pagato per l’altra metà. Ciononostante non avrà mai una lira. Con il vecchio Bmw smarmittato, la mortadella nel baule, i pochi articoli avvolti nella carta del pane. E il vestito grigio sempre più stazzonato.
alan.ansen@yahoo.it
1979 La distilleria del caporedattore Berto
Pubblicato Gennaio 12, 2007 giornalismo , giornalisti Lascia un commentoAnni freddi e grigi, anni di piombo, anni Settanta. L’inverno di Torino è lungo e cupo come il suo cielo minaccioso, le periferie ribollenti, le fabbriche in rivolta. Tra agguati, attentati, processi alle Br, covi di Prima Linea, violenza e conflitti sociali la lunga strada del terrorismo sembra non finire mai. La città degli operai è in guerra. I giornalisti in trincea. E’ il momento più cruento della battaglia. Alcuni vengono gambizzati, altri minacciati, qualcuno ci lascia la pelle.
Vito Brusa è capo redattore di un’agenzia stampa dell’Unione Industriale. La voce del padrone. Vito non è un cronista in trincea, non è un cronista d’assalto, non è un cronista con il coltello tra i denti. Sta seduto otto ore nel suo ufficio, dove ha ben poco da fare. E’ però un tipo ingegnoso e per fare in modo che le ore non sembrino interminabili, per abbreviarle ha trovato un sistema delizioso. Lo fa in segreto, chiuso nella stanza.
In redazione, si lavora per giornali e televisioni locali, ma nessuno sa che cosa realmente Vito faccia tutti i pomeriggi. Nel pieno del ticchettìo delle macchine da scrivere lui compare sulla porta della redazione e comunica:
“Ragazzi, mi ritirò di là e metto giù un po’ di titoli. Non chiamatemi per nessuna ragione”. Detto fatto. Vito, alto, massiccio, occhi basedowiani, collo largo come la spalla di un coccodrillo scompare dall’uscio. Robusta manata sulla porta del suo ufficio, bottega chiusa. L’agenzia fornisce notizie quotidiane per i giornali locali e noi redattori conduciamo anche un telegiornale su una televisione privata. Per molto tempo si è pensato che Vito dormisse, la testa appoggiata sulla scrivania di legno, il ronfo sordo, o che guardasse la televisione con le cuffie, i piedi con i pedalini appoggiati nel cassetto. Per un paio di mesi le sue scomparse pomeridiane hanno coinciso anche con quelle di un’anziana segretaria. Vito e Ada.
E’ un pomeriggio di primavera. Torino è spazzata da un vento gelido, in una cabina telefonica le Br hanno lasciato il solito messaggio. La redazione dell’agenzia è tappezzata di foto di terroristi. Sembra un ufficio della questura. La speranza è d’incontrare per strada un brigatista, portarlo in televisione e intervistarlo. Fessi. L’apertura del nostro telegiornale della sera l’ha già decisa Vito al mattino. Sarà l’inaugurazione della Fiera del Trattore di un paese del cuneese. A metà pomeriggio, chino sul trattore, sento un forte dolore alla stomaco. Esco e vado al bar. Tento con un citrato, poi con una limonata calda. Niente da fare. Il pezzo sul trattore non fa un metro e resto piegato in due. Vito è chiuso di là. Esce per una rapida fuga in bagno e mi trova nel corridoio.
“Qualcosa non va?” domanda con il solito sorriso a metà tra il rude giornalista dalle tante battaglie e il bonario cronista della porta accanto.
“Niente. Forse lo stomaco…”
Vito si guarda intorno. Gira la testa, osserva, scruta il corridoio. In questa sequenza di movimenti noto una dote straordinaria. La mimica facciale. Tipo Fernandel. A differenza dell’attore francese però muta l’espressione del volto un fotogramma alla volta. Come un film quando passa alla moviola.
“Mal di stomaco? Oh perbacco!”.
“Non è niente..Passerà”.
“Ma scherzi? Vai subito a casa” ribatte paterno.
“Non posso, grazie. Devo condurre il telegiornale questa sera. Ci sono solo io. Non ricordi? E poi la fiera del trattore…E tutto il resto. No Vito, rimango. Andrà meglio, vedrai”.
Insistere cambia il gioco, ormai le parti si sono invertite. Vito, il capo, vuol spedirmi a casa, io voglio rimanere. Imbarazzo. Lui non sa più chi è, io nemmeno. Osservo un’altra sequenza di Vitofotogrammi , poi lui mi mette una mano sulla spalla e mi accompagna verso il suo ufficio.
“Forse ho il rimedio per te” dice in un sussurro. Mi coglie un atroce sospetto. Che Vito sia culo. Adesso mi spinge nella stanza dei misteri e tenterà di baciarmi. Il mio povero stomaco si comprime ancor di più. Non è così, per fortuna. Vito porta l’indice al naso. “Zitto” dice. Apre la porta.
Quello che mi compare davanti agli occhi è la più sensazionale scoperta giornalistica dell’anno. In pieno clima da guerra civile, con Torino nel sangue, i terroristi alla porta Vito che fa? Distilla grappa. Ecco il segreto della porta chiusa. Trascorre i pomeriggi armati estraendo acquavite da vinacce scelte. Mi fa entrare e chiude l’uscio alle spalle. Senza dir nulla mi mostra, con ampio gesto del braccio il suo capolavoro. Sulla scrivania, ripulita di fogli, macchine da scrivere, pile di notizie, tutta mercanzia inutile, sono distesi, come uno scheletro di dinosauro, una serie di recipienti, tubi di vetro, alambicchi. Nell’ultimo gocce lente calano con regolarità in una provetta. Tutt’intorno una sorta di condensa impedisce di capire il percorso scientifico di quella grappa.
Vito mostra la faccia migliore di sè. Sbotta in una risata. Si slaccia la cravatta.
“Guarda. E’ un capolavoro o no?”.
Non posso fare a meno di assentire, rapito da quel marchingegno da Mago Merlino.
“Eccezionale” dico con lo sguardo rapito su quelle bolle di vetro.
“Sai che cos’è?”.
“Una distilleria. Suppongo”.
“Bravo! Molto bene! Vedo che te ne intendi. Vieni a vedere da vicino. Su, coraggio! E’ una meraviglia”.
Berto passa a lato della scrivania, mi indica l’ultimo alambicco con la piccola provetta sotto.
“Vedi quella? E’ grappa pura”. E giù una risata oceanica.
“Pura?”
“Ci sto lavorando da tanto tempo. Voglio arrivare ai novanta gradi, capisci? E’ la mia scommessa con questa vinaccia”. Vito guarda la sua provetta con una serie di espressioni facciali in rapida sequenza. E’ come se la sua massa cerebrale si fosse messa improvvisamente a girare. E’ chiaro che sta distillando alcool e non grappa. Ha un sussulto, si volta verso di me e si ricorda dei miei dolori di stomaco.
“A proposito! Come va lo stomaco?”
“Non c’è male” mento. Ho capito dove andremo a finire.
“Perché non tentiamo un rimedio da vecchio montanaro?”.
“Ho il trattore di là e…”. Balbetto.
“Lascia stare quella stronzata dei trattori. Beviti un sorso di una grappa speciale che ho finito ieri. E’ quello che ci vuole per te”.
Non rispondo. Tanto non riuscirei a tirarmi indietro. Vito si stacca dalla distilleria, attraversa l’ufficio e si attacca al secondo ripiano della libreria. Per un secondo ho l’impressione che voglia tirarsela addosso. Invece, alza un gancio di ferro e la libreria si apre a ventaglio. Dietro, su uno scaffale in ferro una luna fila di bottiglie. Tutte piene, ordinate, etichettate. Bianche come la grappa. Sono esterrefatto. Prende la prima, la guarda in controluce, l’annusa.
“Guarda, lo faccio per te”.
Prima che possa muoversi, tento l’ultima carta.
“Vito, guarda che sto molto meglio. Sarà questo odore di vino, l’atmosfera, l’aria di cantina. Credimi adesso va tutto bene. Ti ringrazio. Sei davvero un collega gentile. Ma non ho proprio più bisogno di nulla. Torno al mio trattore…”.
“No, no. Assolutamente no. Anzi, ora che stai meglio apprezzerai di più il gusto di questo capolavoro”.
Richiude la libreria, prende un cavatappi dal cassetto dove ci stanno penne e matite e stappa il capolavoro. Non faccio a tempo a fare il solito gesto “un dito solo” che ne versa mezzo bicchiere da cucina. Fottuto.
“E adesso, bevi! Sentirai. Una bomba!”.
Agguanto il bicchiere, lo guardo in controluce, lo scuoto. Prendo tempo. Abbozzo un sorriso. Vito è fisso, immobile, zero fotogrammi. Una rana zoppa sul bordo di uno stagno di escrementi. Prendo la decisione in una frazione di secondo. Ingollo il bicchiere in un colpo solo. Quello che è successo dopo lo ricordo appena. Una sola sensazione, prima di crollare sulla poltrona di Vito. Netta, precisa, lineare. La grappa che scende nel collo come un acido, s’infila bruciando per le budella e buca lo stomaco come se fosse un foglio di carta. Mai provato niente di simile. Faccia rossa, pelle d’oca nei capelli, occhi in lacrime.
Vito ride, è contento.
“Hai visto? Che colpo! Passato il mal di stomaco?”.
“Gasp”.
“Sai a quanto era questo grappino?”
“Un siluro” dico mentre mi asciugo il sudore e tento di alzarmi dalla poltrona.
“Settantacinque gradi!”.
Esco. Lui resta davanti alla sua distilleria. Mi risiedo in silenzio alla mia scrivania. Fuori tira un vento bestiale, è pomeriggio inoltrato. Mi sento improvvisamente leggero, lo stomaco si è aperto, ho quasi un vuoto. Alle cinque ho fame. Alle sei prendo caffè e brioche. Alle sette leggerò il telegiornale tenendo un panino al prosciutto dietro al microfono.
1979 Nel covo delle vacche
Pubblicato Gennaio 9, 2007 giornalismo , giornalisti , torino Lascia un commentoSi cammina per Torino respirando aria di guerra. Il terrorismo si è infilato nella città, nel suo tessuto sociale, nella gente. Anche nelle abitudini. Quando comincia il primo processo alle Brigate rosse le strade intorno alle carceri Nuove di corso Vittorio Emanuele vengono chiuse, si costruiscono trincee, si alzano muri con sacchi di sabbia. Blindati con cannoni, postazioni con i mitra, uomini armati con mimetiche ed elmetti. Bisogna cambiare strada, passare veloci, guardarsi intorno. La città regge all’urto, ma il clima è cambiato. Una notte un gruppo di brigatisti piazza un lanciarazzi in una via piena zeppa di case e fa partire un missile che si schianta contro il muro di cinta esterno di una nuova ala del carcere. Poche settimane dopo sono fermo ad un semaforo di corso Lecce, mentre aspetto il verde e vedo un cronista della Stampa che entra in un portone di un gruppo di case popolari. Fermo la macchina, lo seguo, salgo un piano di scale e su un pianerottolo scopro che la Digos ha da cinque minuti dato l’assalto ad un alloggio di tre stanze. Covo di brigatisti. Sono eccitato come un bambino. Dentro non c’è nessuno. Un pagliericcio a terra, stoviglie sparse, puzza di chiuso. Siamo solo in due, il collega ed io. Nessun altro giornale, niente televisione. La notizia che cercavo.
Esco di corsa, m’infilo come un forsennato sull’auto e volo verso la redazione. Edizione straordinaria. Già mi vedo. Primo. Niente cazzoni della Rai tra i piedi. Arrivo in redazione e tutti i colleghi sono ai loro posti. Uno sulla fiera del tartufo di Alba, l’altro sulla Sacra di San Michele, due confezionano un servizio sulla potatura degli alberi di corso Matteotti. Berto è sprangato in ufficio. Non distilla niente perché è mattina. Dunque, entro. Berto sta seduto alla scrivania e batte a macchina. Che cosa non si sa. Forse non c’è nemmeno il nastro.
“Berto, ci siamo!” urlo.
Si volta, massiccio e lento, la fronte bassa, i capelli impomatati.
“Fermo Sal. Non toglierti nemmeno la giacca” dice tenendo in mano un foglio.
Bene, penso. Ha capito. Questa volta ci togliamo lo sfizio. Poi lo vedo che agita quel foglio. Sarà arrivata la notizia del ritrovamento del covo anche dall’Ansa. Va bene lo stesso, la Rai non fa edizioni straordinarie. E noi siamo una televisione, accidenti. Saltello. Mi abbottono la giacca per fargli capire che sono pronto.
“E’ arrivata adesso” dice soppesando bene le parole.
“Lo so, lo so” rispondo con un mezzo sorriso.
“Chi te l’ha detto?”.
“Nessuno. C’ero”.
Osservo la faccia di Berto e capisco. Lui non sa nulla del covo, dei brigasti, dei missili. Nulla di nulla.
“Forse parliamo di due notizie diverse” dice.
“Forse”.
“Tu cosa volevi dirmi?”.
“Dillo prima tu”. Sembriamo due bambini.
Tace per un momento, così gli spiego la mia mattinata da cronista. Scuote la testa. Pensa, riflette. Poi decide.
“No guarda Sal. Quella storia lì può aspettare. Vediamo che cosa scrive Stampa Sera. Poi decidiamo. Invece dovresti correre qui. Ho già telefonato in televisione, sta arrivando il cameraman”. Mi porge il foglio che stava agitando. Leggo. “Scompaiono da Torino le ultime cascine”. Punto. La fine delle mucche. Però. Mi sento svuotato come un bidone della spazzatura.
“E allora?” gli dico.
“Allora prendi il furgone dell’agenzia, l’operatore e cominci a girare attorno a Torino. Filma tutti i prati che vedi, le cascine, le mucche al pascolo. Voglio anche che si vedano le fabbriche. Capisci? Poi ci scrivi un pezzo di quelli che sai fare tu e mettiamo il servizio come copertina di chiusura del telegiornale”. Dice tutto questo con calma. Pacato. Non ho parole. Tengo la giacca abbottonata e scendo in strada ad aspettare il vecchio Ben, operatore di prima classe.
1980 Abbiamo l’esclusiva
Pubblicato Gennaio 7, 2007 giornalismo , giornalisti , torino Lascia un commentoE’ un giorno di grande noia. La campagna è grigia come gli orizzonti vuoti. Il nostro furgone viaggia rapido sulle tangenziali che delimitano i confini della periferia con i campi incolti. Con Ben cerco le solite mucche, forse cavalli, mi basterebbe un asino. Berto mi ha mandato in perlustrazione. La solita. Parliamo poco, donne in giro non ce ne sono, gli argomenti di conversazione si assottigliano. Combatto contro il sonno e tengo le mani ben salde sul volante. Se non trovo almeno un contadino sul trattore sono fottuto. Sul furgone i tecnici della televisione hanno installato un cb, cioè una radioricetrasmittente che ci consente di ricevere chiamate dai colleghi in redazione. Chissà mai che non succeda qualcosa. Non è proprio un telefono, i telefonini sono un’invenzione ancora molto lontana, ma è un passo avanti sulla “strada del progresso”, come ha detto Berto. Il cb in genere è fuori onda, non è cioè mai collegato sul canale di trasmissione giusto. Lo manomettono un po’ tutti. Il garagista che passa la notte a parlare con altri fanatici, i tecnici che “smanettano” in continuazione, Ben che spera di ascoltare musica. Per di più è poco potente, non arriva oltre la periferia della città. Perciò quando andiamo per mucche dobbiamo trovarle tra un supermarket e l’estrema propaggine di un campo di mais. Altrimenti Berto mi rimprovera di essere uscito dal recinto.
Siamo fermi ai bordi di una roggia asciutta. “L’ultimo canale di Torino”. Già mi vedo il servizio. Fa schifo, ma per noi può andare. La mattina scorre veloce e sul nastro non abbiamo che un paio di bambini straccioni delle Vallette che si menano. Ben filma quella pozza d’acqua stagnante con la stessa cura con cui poserebbe l’occhio sul Nilo. Il sole pallido che si riflette, l’aria che scuote i fili d’erba, un ammasso d’immondizia che si stende su una delle rive. Passeggio e provo ad immaginarmi che cosa potrei scrivere. Niente. Sono così assorto sulla fanghiglia che ricopre quello che mille anni fa doveva essere il letto di un torrente che non sento la radio “grattare”. Il furgone è parcheggiato in uno spiazzo sterrato, con le gomme adagiate su un tappeto di preservativi. Ben voleva riprenderli. Con la telecamera.
Gracida la radio e finalmente la sento. Lascio Ben sul guado della merda e inserisco il canale di trasmissione.
“Pronto, pronto qui c1zetaemme chiama c2zetaemme. Rispondete. Passo”. Riconosco il collega che parla.
“Myday, myday” rispondo.
“Dove sei? Passo” dicono dalla redazione.
“Sul Nilo. Passo”.
“Dove? Passo”.
“Non importa. Passo”.
“Ho capito. Sei per vacche. Lascia perdere tutto e volate alla scuola di amministrazione aziendale. C’è stato un assalto delle Br. Capito? Br. Assalto. Passo”.
Fine della trasmissione. Non so se esultare o strapparmi i capelli. Le Br sono una fonte di notizie inesauribile e noi siamo qui a scandagliare la più fetente roggia di tutto il Piemonte. Urlo a Ben di mollare quello che sta facendo. Non capisce, studia un’inquadratura sulla melma come se fosse Antonioni.
“Vieni via, cazzo!” grido con il motore acceso.
Finalmente salta a bordo. Siamo lontani qualche decina di chilometri, arriviamo alla scuola assaltata con il motore che puzza come una friggitoria. Siamo i primi. O quasi. O meglio il collega della televisione “concorrente” già sul posto è Roberto Biasiol, meglio noto come “il cuoco di Telemontecarlo”. Che tristezza. Il “cuoco” sulle Br è impacciato. Aspetta ancora che il suo operatore monti le apparecchiature. Ben invece è veloce. Mollo la friggitoria con il cofano che fuma e in una manciata di secondi siamo dentro la scuola. I terroristi hanno compiuto uno degli assalti più selvaggi che si siano mai visti fino a quel momento. Sono entrati, hanno bloccato le uscite, preso in ostaggio l’intera aula magna con studenti e professori, e portato una decina di persone nei cessi per gambizzarle una alla volta. Una sequenza orrenda. Mi aggiro per i corridoi, parlo con gli studenti, con i bidelli. Un po’ alla volta, con i cronisti dei giornali, ricostruiamo la storia. Stiamo per andarcene quando Ben mi indica la porta delle toilette. Davanti non c’è nessuno. Intorno una gran confusione di agenti, carabinieri, commissari. Entriamo e siamo gli unici. Lo spettacolo è di quelli che non si dimenticano più. La latrina della gambizzazione. C’è sangue dappertutto. Sui muri, sui lavandini, nei pisciatoi. La vista non è confortante, mi sento a disagio, mi domando che cosa ci faccio lì. In fin dei conti dovrei essere con le mie mucche. Ben filma tutto con una meticolosità ragionieristica. Si sofferma anche sui particolari. La visita dura un minuto, il tempo ad un poliziotto per capire che qualcuno è entrato dove non dovrebbe. Filiamo via veloci, con materiale esclusivo. Ce n’è in abbondanza per fare tre edizioni straordinarie, ma so già Berto non ci farà dire nulla, finché non avrà letto quello che pubblicherà Stampa Sera. Il TG3 della Rai non esiste ancora, se ci fosse aspetteremmo anche lui.
La straordinaria storia di A.A.
Pubblicato Gennaio 5, 2007 arnoldo mondadori editore , finegil , giornalismo 3 CommentiIn questo blog ho raccolto tutto quello che ricordo su colleghi giornalisti, redazioni, editori di grandi e piccole dimensioni, fatti, avventure,avvenimenti. Le decine di luoghi da cui sono transitato. E sono solo una parte. Tutto ciò che è riportato qui corrisponde al vero, i personaggi, così come gli episodi raccontati sono autentici. Alcuni tra le persone citate compaiono con il loro nome, ad altri ho dato un appellativo di fantasia. Compreso il mio nome, ovviamente.
Credo di avere fatto il giornalista fin da piccolo, anche se poi mi sono pentito più volte. Davvero, fin da studente delle medie. La voglia mi è venuta quando ho visto per la prima volta “Dieci in amore”, il film con Clark Gable che fa il caporedattore in un giornale pieno di fumo e di gente che va e viene. Ci ho provato in tutti i modi e dopo cento anni di gavetta ci sono riuscito. E’ che per molto tempo il mio è stato un giornalismo di contorno. Mai in mezzo ai fatti come avrei voluto, sempre di lato, in salita, alla ricerca di una sistemazione. Il mondo scriveva pagine memorabili di cronaca e io correggevo le sceneggiature di Topolino, la gente si sgozzava in guerra e io rispondevo alla posta di Dolly, la Juventus trionfava in campionato e io scrivevo l’oroscopo di Grazia. E’ andata così. Questi racconti ne sono la storia. L’importante forse è stato partecipare.
Le storie narrate si riferiscono agli anni tra il 1984 e il 1990 all’Arnoldo Mondadori Editore e al gruppo dei quotidiani Finegil Espresso La Repubblica tra il 1991 e il 1997. Restano fuori, per ora, una decina di giornali nei quali ho soggiornato per periodi più o meno lunghi, gli anni da telecronista dello sport di Retequattro e l’esperienza più recente, fino alla scorsa estate a La Stampa. Ho un sacco di cattiverie da aggiungere e lo farò presto. Per ora, buon divertimento.