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1993 L’architetto che voleva fare il giornalista

E’ uno dei tanti. Tutti i giornali locali hanno decine di collaboratori. Un esercito di gente che spera un giorno di diventare un vero giornalista. Non ci riusciranno mai, e la maggior parte lo sa. Dire “faccio il giornalista” però allevia le fatiche di mestieri e professioni avvolte nel grigiore di una provincia ancora più grigia. Roberto Piccolo è uno dell’esercito degli “aspiranti”. Alcuni sono impiegati, altri sportellisti alle poste, insegnanti, agenti delle assicurazioni, cuochi, baristi, parrucchieri che posato il pettine mettono mano alla tastiera. Tutto serve. Un giornale di provincia chiuderebbe in poche ore se non potesse contare sul vigile del fuoco che telefona in redazione quando scoppia un incendio, molla la pompa e scrive.

Roberto Piccolo è un architetto e neanche tanto giovane. Per giovani s’intendono ragazzi di vent’anni che hanno davanti a loro un decennio da buttare al vento. Sempre che abbiano una famiglia che li sostiene economicamente. Piccolo è un autentico testardo di provincia. Ha deciso da bambino che da grande avrebbe fatto il giornalista e non retrocede di un millimetro, anche ora che ha quasi quarant’anni.

Fisicamente Piccolo si presenta bene. Alto, spalle larghe, sorridente, occhio sveglio, stretta di mano asciutta e solida. Sempre pronto per qualunque missione. Scrive come un burocrate del catasto, usa il “dottor” ogni volta che cita il nome di qualcuno, ma è meglio della maggior parte dei collaboratori. In tasca non ha un soldo, veste regolarmente un abito antracite di buon taglio ma consunto e spiegazzato, camicia bianca ombreggiata di grigio sul collo, cravatta regimental lisa sui bordi, scarpe nere allacciate che mostrano sulla suola buchi rattoppati più volte. Visto da lontano però fa la sua figura. Sempre meglio del lattoniere, il cronista di sport che arriva in redazione con la borsa dei ferri appesa al collo. O del tecnico dei telefoni, il critico cinematografico, che porta al giornale gli articoli con la tuta blu dell’azienda.

Si presenta al giornale per la prima volta un mattino di marzo. Fa un freddo terribile. Nel mio sgabuzzino tengo la finestra ben chiusa, ma una lama gelida di aria che soffia su Ivrea direttamente dal Gran Paradiso mi taglia la schiena. Piccolo mi bussa al vetro della porta. So chi è perché collabora saltuariamente da qualche anno, però nessuno ha mai saputo come utilizzarlo. Ora mi è stata affidata una pagina sull’economia locale e ho bisogno di un collaboratore che sia in grado di scrivere qualcosa. Forse Piccolo è l’uomo giusto. Forse.

Lo guardo mentre bussa. Sorride, ben sbarbato, leggermente chino in avanti. Alto e robusto, ha metà fronte coperta dalla parte alta della porta.

“Si accomodi” dico mimando il gesto di aprire la porta.

“Dottore!” dice lui sorridente.

“Piacere” rispondo stringendogli la mano.

“Il piacere è mio dottore!” dice con foga Piccolo facendo scattare i tacchi delle scarpe.

“Guardi, non sono dottore. E non siamo in caserma. Chiamami Sal e diamoci del tu”.

Questa faccenda del “dottore” non lo convince:

“Non mi permetterei mai, dottore. Il “lei” va molto bene. E se mi consente mi consideri al suo servizio”. Si siede davanti a me. Mi guarda. Ha in mano dei fogli.

“Dunque, Piccolo. Faremo questa pagina sull’economia. Lei sa tutto di questa città, vero? Intendo dire sotto il profilo economico. Aziende, imprenditori, agricoltori. E’ un architetto, dunque per dovrebbe essere facile trovare dei contatti”.

“Perbacco, dottore! Faccia conto che da oggi abbiamo in mano tutta l’imprenditoria della regione”.

“Tutta non mi serve. Mi basta un po’. Purché interessante. L’economia è un argomento balordo, però abbiamo questa pagina e dobbiamo renderla il più possibile gradevole. Con l’associazione degli imprenditori in che rapporti è?”.

“Guardi, dottore!”. E Piccolo muovendo gli indici della mano destra e sinistra uno verso l’altro mima il gesto che indica grande confidenza. Sorride e scuote la testa.

“Gli agricoltori? Mi sembra gente un po’ ostica. Li conosce bene?” insisto.

“Ma dottore! I contadini? Io?”. E qui Piccolo fa una pausa. Una sospensione teatrale. Allarga le braccia, il sorriso. Si sporge sul tavolo, pianta una mano sul ripiano di legno, mi guarda fisso e dice: “Le confido un segreto”.

“Dica”.

“L’agricoltura è una passione per me”.

“Molto bene. E dei sindacati che mi dice?”. Piccolo si alza, come se stesse per andarsene, si pianta a gambe larghe in mezzo allo sgabuzzino ufficio. Si toglie la giacca. Tira fuori un taccuino non so da dove e me lo mostra da lontano. C’è qualcosa di scarabocchiato.

“Lei mi offende, dottore”.

“Non me ne voglia”.

“I sindacati? Mi ha chiesto come sono messo con i sindacati? Ho sentito bene, dottore?”.

Annuisco.

Lui agita il taccuino avanti e indietro, lo indica con un dito e sussurra: “Sa che cosa c’è qui?”. No, che non lo so. “Qui c’è un intervista in esclusiva con il segretario della Cgil. La sto portando ad un altro giornale con il quale collaboro. Se vuole la cedo a lei. Solo a lei, dottore!”.

Non voglio la sua intervista. “Guardi, Piccolo niente articoli. Solo piccole informazioni. Ma ne voglio tante e tutti i giorni”.

Capisco subito che Piccolo imita il cronista d’assalto. In realtà, come scoprirò ben presto, lui non ha rapporti con nessuno in città, fatica a farsi ricevere e ottenere informazioni già riciclate da altri, usa nello scrivere un linguaggio contorto e non ha mai uno straccio di notizia decente. A casa non si fa trovare, promette di passare in redazione e non lo vedo per giorni, ha sempre una buona scusa per tutto. Ma questa sua capacità di mentire, di spacciarsi per quello che non è, di vendere fumo a quintali, di avere quell’aria da bravo ragazzo di buona famiglia di provincia caduta in momentanea disgrazia me lo rende straordinariamente gradevole. E’ un simpatico per natura. E’ un Piccolo di grande classe.

Un mattino di primavera, con la neve ancora sulle colline, lo trovo nel cortile del giornale, appoggiato ad un muro basso. Lo cercavo da giorni, come al solito, inutilmente. E’ senza cappotto, non ho mai capito se per scelta o per necessità, e sta chino sul muro. Scrive. Passo oltre, ma lui mi ha già visto da lontano:

“Dottore! Ha sentito che aria di primavera!” dice posando carta e penna. Mi viene incontro, con il sorriso di quello che vede tutto rosa. Non ho voglia di rimproverarlo, dirgli che da giorni aspetto notizie, che l’ultima volta aveva ricicciato tre righe già scritte un mese prima. Non ho voglia. Si arrangi. Ma lui è all’attacco:

“Sa che cosa facevo qui?”

Mi fermo e gli guardo i fogli.

“Cattivo umore, eh?” mi dice dandomi la solita asciutta stretta di mano.

“Allora, che faceva qui Piccolo?”

“Un pezzo per lei, dottore. L’ho scritto a macchina, ma pensavo di dargli ancora qualche ritocco proprio stamattina. Tre cartelle. Contento?”.

“Sono due settimane che aspetto queste tre cartelle, Piccolo. Non sarà in ritardo con il suo ritocco?”.

E qui Piccolo dà il meglio di sè. E’ unico. Un personaggio, un attore. Drammatico, comico, sbruffone. Sa di raccontare balle, ma lo fa così bene che non ascoltarlo sarebbe un peccato.

“Dunque, Piccolo?”.

“Dottore, non sa che cosa mi è successo” dice abbassando gli occhi, facendo la faccia triste, cambiando tono di voce. Adulto e bambino. Questa del “che cosa mi è successo” Piccolo la ripete sempre. Salvo qualche variazione, più dettata da ragioni metereologiche, pioggia, neve o vento, che da episodi inventati fatti passare per reali. E’ un grande attore, ma il suo copione, come le notizie che porta, è sempre lo stesso. Ha un canovaccio, su quello costruisce le varianti. Quel giorno di primavera però non sapevo dove volesse arrivare.

“Mi è successo un fatto incredibile. Se vuole glielo racconto mentre l’accompagno in ufficio, così ci scaldiamo un po’. Vuole, dottore?”. Mi sospinge verso la porta d’ingresso. La apre, la tiene con il piede, mi tocca il braccio, si para davanti: “Prego dottore, dopo di lei!”.

Saliamo, entriamo nel mio sgabuzzino, mi toglie il cappotto, mi sistema la sedia. Mi guarda. Aspetta che mi sieda e mi racconta una storia drammatica alla Dickens. In mezzo al torrente di parole, pronunciate con il tono grave di chi ha dovuto affrontare eccezionali eventi, di chi ha subito ingiustizie enormi, di chi è stato segnato dalla sorte malvagia, capisco che è una questione di soldi. Piccolo non ha una lira in tasca, non il becco di un quattrino, neanche cinque mila lire da mettere in benzina per riportare la macchina a casa. Che è una Bmw 520, vecchia di dieci anni, una specie di rottame vagante e rumoroso, che Piccolo guida con molta dignità e nel baule della quale tiene pane tagliato a fette e mortadella che mangia all’ora di pranzo, in piedi, nel parcheggio davanti alla redazione. Insomma, è a pezzi. Ma nella sua grandezza non è venuto a chiedere soldi a me, ma al giornale.

“Dottore, mi vergogno a dirlo. Ma se non muovo la macchina da lì mi danno la multa e se non ho una lira come faccio a pagare multa e benzina? Mi creda, mi sento a disagio. Ma lei è una persona sensibile, sono sicuro che mi capisce”..

Sto per commuovermi.

“Che devo fare, Piccolo?” dico guardando quella sua faccia che ha già ripreso colore.

“Grazie, dottore! Grazie! Posso suggerirle un rimedio?”

Sorrido. Non sono io che ho bisogno di un rimedio. E lui va avanti:

“Guardi, avrei pensato che si potrebbe chiamare l’amministrazione e chiedere a loro se possono darmi un anticipo sul mio compenso del prossimo mese. Si può?”.

Eravamo a marzo appena iniziato e Piccolo doveva avere già intascato il suo magro stipendio, 200 mila lire nette. Ora chiedeva un anticipo su quello di aprile.

“Quanto vuole?”.

“Se possibile, 190 mila lire, dottore”.

“Cioè tutto il compenso di aprile”.

“Quasi”.

Già, quasi. Chiamo l’amministrazione e ottengo l’anticipo. Piccolo è al settimo cielo, mi ringrazia dandomi una pacca sulle spalle, sorride, tocca il cielo con un dito. Se non è alla fame poco ci manca. Avrebbe potuto fare l’architetto, si ostina a fingersi giornalista. Per 190 mila lire.

“Vedrà, dottore non accadrà più. E’ un caso eccezionale. Circostanze avverse, cattivi consiglieri, un momento difficile. Passerà”.

“Mi porti delle notizie”.

“Domani. Tre pezzi le bastano? Cinque? Ho in macchina tutto il necessario”.

Guardo Piccolo che se ne va dal giornale con i suoi soldi in tasca. Il giorno dopo non vedrò nessun pezzo e nemmeno nelle successive tre settimane. In sei mesi Piccolo chiederà altri sei anticipi arrivando a metà anno con lo stipendio già pagato per l’altra metà. Ciononostante non avrà mai una lira. Con il vecchio Bmw smarmittato, la mortadella nel baule, i pochi articoli avvolti nella carta del pane. E il vestito grigio sempre più stazzonato.

alan.ansen@yahoo.it