In questo blog ho raccolto tutto quello che ricordo su colleghi giornalisti, redazioni, editori di grandi e piccole dimensioni, fatti, avventure,avvenimenti. Le decine di luoghi da cui sono transitato. E sono solo una parte. Tutto ciò che è riportato qui corrisponde al vero, i personaggi, così come gli episodi raccontati sono autentici. Alcuni tra le persone citate compaiono con il loro nome, ad altri ho dato un appellativo di fantasia. Compreso il mio nome, ovviamente.
Credo di avere fatto il giornalista fin da piccolo, anche se poi mi sono pentito più volte. Davvero, fin da studente delle medie. La voglia mi è venuta quando ho visto per la prima volta “Dieci in amore”, il film con Clark Gable che fa il caporedattore in un giornale pieno di fumo e di gente che va e viene. Ci ho provato in tutti i modi e dopo cento anni di gavetta ci sono riuscito. E’ che per molto tempo il mio è stato un giornalismo di contorno. Mai in mezzo ai fatti come avrei voluto, sempre di lato, in salita, alla ricerca di una sistemazione. Il mondo scriveva pagine memorabili di cronaca e io correggevo le sceneggiature di Topolino, la gente si sgozzava in guerra e io rispondevo alla posta di Dolly, la Juventus trionfava in campionato e io scrivevo l’oroscopo di Grazia. E’ andata così. Questi racconti ne sono la storia. L’importante forse è stato partecipare.
Le storie narrate si riferiscono agli anni tra il 1984 e il 1990 all’Arnoldo Mondadori Editore e al gruppo dei quotidiani Finegil Espresso La Repubblica tra il 1991 e il 1997. Restano fuori, per ora, una decina di giornali nei quali ho soggiornato per periodi più o meno lunghi, gli anni da telecronista dello sport di Retequattro e l’esperienza più recente a La Stampa. Ho un sacco di cattiverie da aggiungere, ma non so perché mi sento leggermente trattenuto dal raccontarle. Ora. Ma non per tanto, buona lettura.
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1979 Nel covo delle vacche
Pubblicato Gennaio 9, 2007 giornalismo , giornalisti , torino Lascia un commentoSi cammina per Torino respirando aria di guerra. Il terrorismo si è infilato nella città, nel suo tessuto sociale, nella gente. Anche nelle abitudini. Quando comincia il primo processo alle Brigate rosse le strade intorno alle carceri Nuove di corso Vittorio Emanuele vengono chiuse, si costruiscono trincee, si alzano muri con sacchi di sabbia. Blindati con cannoni, postazioni con i mitra, uomini armati con mimetiche ed elmetti. Bisogna cambiare strada, passare veloci, guardarsi intorno. La città regge all’urto, ma il clima è cambiato. Una notte un gruppo di brigatisti piazza un lanciarazzi in una via piena zeppa di case e fa partire un missile che si schianta contro il muro di cinta esterno di una nuova ala del carcere. Poche settimane dopo sono fermo ad un semaforo di corso Lecce, mentre aspetto il verde e vedo un cronista della Stampa che entra in un portone di un gruppo di case popolari. Fermo la macchina, lo seguo, salgo un piano di scale e su un pianerottolo scopro che la Digos ha da cinque minuti dato l’assalto ad un alloggio di tre stanze. Covo di brigatisti. Sono eccitato come un bambino. Dentro non c’è nessuno. Un pagliericcio a terra, stoviglie sparse, puzza di chiuso. Siamo solo in due, il collega ed io. Nessun altro giornale, niente televisione. La notizia che cercavo.
Esco di corsa, m’infilo come un forsennato sull’auto e volo verso la redazione. Edizione straordinaria. Già mi vedo. Primo. Niente cazzoni della Rai tra i piedi. Arrivo in redazione e tutti i colleghi sono ai loro posti. Uno sulla fiera del tartufo di Alba, l’altro sulla Sacra di San Michele, due confezionano un servizio sulla potatura degli alberi di corso Matteotti. Berto è sprangato in ufficio. Non distilla niente perché è mattina. Dunque, entro. Berto sta seduto alla scrivania e batte a macchina. Che cosa non si sa. Forse non c’è nemmeno il nastro.
“Berto, ci siamo!” urlo.
Si volta, massiccio e lento, la fronte bassa, i capelli impomatati.
“Fermo Sal. Non toglierti nemmeno la giacca” dice tenendo in mano un foglio.
Bene, penso. Ha capito. Questa volta ci togliamo lo sfizio. Poi lo vedo che agita quel foglio. Sarà arrivata la notizia del ritrovamento del covo anche dall’Ansa. Va bene lo stesso, la Rai non fa edizioni straordinarie. E noi siamo una televisione, accidenti. Saltello. Mi abbottono la giacca per fargli capire che sono pronto.
“E’ arrivata adesso” dice soppesando bene le parole.
“Lo so, lo so” rispondo con un mezzo sorriso.
“Chi te l’ha detto?”.
“Nessuno. C’ero”.
Osservo la faccia di Berto e capisco. Lui non sa nulla del covo, dei brigasti, dei missili. Nulla di nulla.
“Forse parliamo di due notizie diverse” dice.
“Forse”.
“Tu cosa volevi dirmi?”.
“Dillo prima tu”. Sembriamo due bambini.
Tace per un momento, così gli spiego la mia mattinata da cronista. Scuote la testa. Pensa, riflette. Poi decide.
“No guarda Sal. Quella storia lì può aspettare. Vediamo che cosa scrive Stampa Sera. Poi decidiamo. Invece dovresti correre qui. Ho già telefonato in televisione, sta arrivando il cameraman”. Mi porge il foglio che stava agitando. Leggo. “Scompaiono da Torino le ultime cascine”. Punto. La fine delle mucche. Però. Mi sento svuotato come un bidone della spazzatura.
“E allora?” gli dico.
“Allora prendi il furgone dell’agenzia, l’operatore e cominci a girare attorno a Torino. Filma tutti i prati che vedi, le cascine, le mucche al pascolo. Voglio anche che si vedano le fabbriche. Capisci? Poi ci scrivi un pezzo di quelli che sai fare tu e mettiamo il servizio come copertina di chiusura del telegiornale”. Dice tutto questo con calma. Pacato. Non ho parole. Tengo la giacca abbottonata e scendo in strada ad aspettare il vecchio Ben, operatore di prima classe.
1980 Abbiamo l’esclusiva
Pubblicato Gennaio 7, 2007 giornalismo , giornalisti , torino Lascia un commentoE’ un giorno di grande noia. La campagna è grigia come gli orizzonti vuoti. Il nostro furgone viaggia rapido sulle tangenziali che delimitano i confini della periferia con i campi incolti. Con Ben cerco le solite mucche, forse cavalli, mi basterebbe un asino. Berto mi ha mandato in perlustrazione. La solita. Parliamo poco, donne in giro non ce ne sono, gli argomenti di conversazione si assottigliano. Combatto contro il sonno e tengo le mani ben salde sul volante. Se non trovo almeno un contadino sul trattore sono fottuto. Sul furgone i tecnici della televisione hanno installato un cb, cioè una radioricetrasmittente che ci consente di ricevere chiamate dai colleghi in redazione. Chissà mai che non succeda qualcosa. Non è proprio un telefono, i telefonini sono un’invenzione ancora molto lontana, ma è un passo avanti sulla “strada del progresso”, come ha detto Berto. Il cb in genere è fuori onda, non è cioè mai collegato sul canale di trasmissione giusto. Lo manomettono un po’ tutti. Il garagista che passa la notte a parlare con altri fanatici, i tecnici che “smanettano” in continuazione, Ben che spera di ascoltare musica. Per di più è poco potente, non arriva oltre la periferia della città. Perciò quando andiamo per mucche dobbiamo trovarle tra un supermarket e l’estrema propaggine di un campo di mais. Altrimenti Berto mi rimprovera di essere uscito dal recinto.
Siamo fermi ai bordi di una roggia asciutta. “L’ultimo canale di Torino”. Già mi vedo il servizio. Fa schifo, ma per noi può andare. La mattina scorre veloce e sul nastro non abbiamo che un paio di bambini straccioni delle Vallette che si menano. Ben filma quella pozza d’acqua stagnante con la stessa cura con cui poserebbe l’occhio sul Nilo. Il sole pallido che si riflette, l’aria che scuote i fili d’erba, un ammasso d’immondizia che si stende su una delle rive. Passeggio e provo ad immaginarmi che cosa potrei scrivere. Niente. Sono così assorto sulla fanghiglia che ricopre quello che mille anni fa doveva essere il letto di un torrente che non sento la radio “grattare”. Il furgone è parcheggiato in uno spiazzo sterrato, con le gomme adagiate su un tappeto di preservativi. Ben voleva riprenderli. Con la telecamera.
Gracida la radio e finalmente la sento. Lascio Ben sul guado della merda e inserisco il canale di trasmissione.
“Pronto, pronto qui c1zetaemme chiama c2zetaemme. Rispondete. Passo”. Riconosco il collega che parla.
“Myday, myday” rispondo.
“Dove sei? Passo” dicono dalla redazione.
“Sul Nilo. Passo”.
“Dove? Passo”.
“Non importa. Passo”.
“Ho capito. Sei per vacche. Lascia perdere tutto e volate alla scuola di amministrazione aziendale. C’è stato un assalto delle Br. Capito? Br. Assalto. Passo”.
Fine della trasmissione. Non so se esultare o strapparmi i capelli. Le Br sono una fonte di notizie inesauribile e noi siamo qui a scandagliare la più fetente roggia di tutto il Piemonte. Urlo a Ben di mollare quello che sta facendo. Non capisce, studia un’inquadratura sulla melma come se fosse Antonioni.
“Vieni via, cazzo!” grido con il motore acceso.
Finalmente salta a bordo. Siamo lontani qualche decina di chilometri, arriviamo alla scuola assaltata con il motore che puzza come una friggitoria. Siamo i primi. O quasi. O meglio il collega della televisione “concorrente” già sul posto è Roberto Biasiol, meglio noto come “il cuoco di Telemontecarlo”. Che tristezza. Il “cuoco” sulle Br è impacciato. Aspetta ancora che il suo operatore monti le apparecchiature. Ben invece è veloce. Mollo la friggitoria con il cofano che fuma e in una manciata di secondi siamo dentro la scuola. I terroristi hanno compiuto uno degli assalti più selvaggi che si siano mai visti fino a quel momento. Sono entrati, hanno bloccato le uscite, preso in ostaggio l’intera aula magna con studenti e professori, e portato una decina di persone nei cessi per gambizzarle una alla volta. Una sequenza orrenda. Mi aggiro per i corridoi, parlo con gli studenti, con i bidelli. Un po’ alla volta, con i cronisti dei giornali, ricostruiamo la storia. Stiamo per andarcene quando Ben mi indica la porta delle toilette. Davanti non c’è nessuno. Intorno una gran confusione di agenti, carabinieri, commissari. Entriamo e siamo gli unici. Lo spettacolo è di quelli che non si dimenticano più. La latrina della gambizzazione. C’è sangue dappertutto. Sui muri, sui lavandini, nei pisciatoi. La vista non è confortante, mi sento a disagio, mi domando che cosa ci faccio lì. In fin dei conti dovrei essere con le mie mucche. Ben filma tutto con una meticolosità ragionieristica. Si sofferma anche sui particolari. La visita dura un minuto, il tempo ad un poliziotto per capire che qualcuno è entrato dove non dovrebbe. Filiamo via veloci, con materiale esclusivo. Ce n’è in abbondanza per fare tre edizioni straordinarie, ma so già Berto non ci farà dire nulla, finché non avrà letto quello che pubblicherà Stampa Sera. Il TG3 della Rai non esiste ancora, se ci fosse aspetteremmo anche lui.