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1979 Nel covo delle vacche

Si cammina per Torino respirando aria di guerra. Il terrorismo si è infilato nella città, nel suo tessuto sociale, nella gente. Anche nelle abitudini. Quando comincia il primo processo alle Brigate rosse le strade intorno alle carceri Nuove di corso Vittorio Emanuele vengono chiuse, si costruiscono trincee, si alzano muri con sacchi di sabbia. Blindati con cannoni, postazioni con i mitra, uomini armati con mimetiche ed elmetti. Bisogna cambiare strada, passare veloci, guardarsi intorno. La città regge all’urto, ma il clima è cambiato. Una notte un gruppo di brigatisti piazza un lanciarazzi in una via piena zeppa di case e fa partire un missile che si schianta contro il muro di cinta esterno di una nuova ala del carcere. Poche settimane dopo sono fermo ad un semaforo di corso Lecce, mentre aspetto il verde e vedo un cronista della Stampa che entra in un portone di un gruppo di case popolari. Fermo la macchina, lo seguo, salgo un piano di scale e su un pianerottolo scopro che la Digos ha da cinque minuti dato l’assalto ad un alloggio di tre stanze. Covo di brigatisti. Sono eccitato come un bambino. Dentro non c’è nessuno. Un pagliericcio a terra, stoviglie sparse, puzza di chiuso. Siamo solo in due, il collega ed io. Nessun altro giornale, niente televisione. La notizia che cercavo.

Esco di corsa, m’infilo come un forsennato sull’auto e volo verso la redazione. Edizione straordinaria. Già mi vedo. Primo. Niente cazzoni della Rai tra i piedi. Arrivo in redazione e tutti i colleghi sono ai loro posti. Uno sulla fiera del tartufo di Alba, l’altro sulla Sacra di San Michele, due confezionano un servizio sulla potatura degli alberi di corso Matteotti. Berto è sprangato in ufficio. Non distilla niente perché è mattina. Dunque, entro. Berto sta seduto alla scrivania e batte a macchina. Che cosa non si sa. Forse non c’è nemmeno il nastro.

“Berto, ci siamo!” urlo.

Si volta, massiccio e lento, la fronte bassa, i capelli impomatati.

“Fermo Sal. Non toglierti nemmeno la giacca” dice tenendo in mano un foglio.

Bene, penso. Ha capito. Questa volta ci togliamo lo sfizio. Poi lo vedo che agita quel foglio. Sarà arrivata la notizia del ritrovamento del covo anche dall’Ansa. Va bene lo stesso, la Rai non fa edizioni straordinarie. E noi siamo una televisione, accidenti. Saltello. Mi abbottono la giacca per fargli capire che sono pronto.

“E’ arrivata adesso” dice soppesando bene le parole.

“Lo so, lo so” rispondo con un mezzo sorriso.

“Chi te l’ha detto?”.

“Nessuno. C’ero”.

Osservo la faccia di Berto e capisco. Lui non sa nulla del covo, dei brigasti, dei missili. Nulla di nulla.

“Forse parliamo di due notizie diverse” dice.

“Forse”.

“Tu cosa volevi dirmi?”.

“Dillo prima tu”. Sembriamo due bambini.

Tace per un momento, così gli spiego la mia mattinata da cronista. Scuote la testa. Pensa, riflette. Poi decide.

“No guarda Sal. Quella storia lì può aspettare. Vediamo che cosa scrive Stampa Sera. Poi decidiamo. Invece dovresti correre qui. Ho già telefonato in televisione, sta arrivando il cameraman”. Mi porge il foglio che stava agitando. Leggo. “Scompaiono da Torino le ultime cascine”. Punto. La fine delle mucche. Però. Mi sento svuotato come un bidone della spazzatura.

“E allora?” gli dico.

“Allora prendi il furgone dell’agenzia, l’operatore e cominci a girare attorno a Torino. Filma tutti i prati che vedi, le cascine, le mucche al pascolo. Voglio anche che si vedano le fabbriche. Capisci? Poi ci scrivi un pezzo di quelli che sai fare tu e mettiamo il servizio come copertina di chiusura del telegiornale”. Dice tutto questo con calma. Pacato. Non ho parole. Tengo la giacca abbottonata e scendo in strada ad aspettare il vecchio Ben, operatore di prima classe.