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La straordinaria storia di A. A.

In questo blog ho raccolto tutto quello che ricordo su colleghi giornalisti, redazioni, editori di grandi e piccole dimensioni, fatti, avventure,avvenimenti. Le decine di luoghi da cui sono transitato. E sono solo una parte. Tutto ciò che è riportato qui corrisponde al vero, i personaggi, così come gli episodi raccontati sono autentici. Alcuni tra le persone citate compaiono con il loro nome, ad altri ho dato un appellativo di fantasia. Compreso il mio nome, ovviamente.
Credo di avere fatto il giornalista fin da piccolo, anche se poi mi sono pentito più volte. Davvero, fin da studente delle medie. La voglia mi è venuta quando ho visto per la prima volta “Dieci in amore”, il film con Clark Gable che fa il caporedattore in un giornale pieno di fumo e di gente che va e viene. Ci ho provato in tutti i modi e dopo cento anni di gavetta ci sono riuscito. E’ che per molto tempo il mio è stato un giornalismo di contorno. Mai in mezzo ai fatti come avrei voluto, sempre di lato, in salita, alla ricerca di una sistemazione. Il mondo scriveva pagine memorabili di cronaca e io correggevo le sceneggiature di Topolino, la gente si sgozzava in guerra e io rispondevo alla posta di Dolly, la Juventus trionfava in campionato e io scrivevo l’oroscopo di Grazia. E’ andata così. Questi racconti ne sono la storia. L’importante forse è stato partecipare.
Le storie narrate si riferiscono agli anni tra il 1984 e il 1990 all’Arnoldo Mondadori Editore e al gruppo dei quotidiani Finegil Espresso La Repubblica tra il 1991 e il 1997. Restano fuori, per ora, una decina di giornali nei quali ho soggiornato per periodi più o meno lunghi, gli anni da telecronista dello sport di Retequattro e l’esperienza più recente a La Stampa. Ho un sacco di cattiverie da aggiungere, ma non so perché mi sento leggermente trattenuto dal raccontarle. Ora. Ma non per tanto, buona lettura.

1985 L’amore orale di Segrate

vera montanari
E viene per me il tempo delle mele. A Segrate non ci sono frutteti, solo le gigantesche carpe del lago sul quale poggia l’imponente edificio di Oscar Niemeyer. Pesci spaventosi, con la bocca spalancata che ti guardano dalla superficie dell’acqua ogni volta che entri o esci dal palazzo di vetro. Le mie mele metaforiche le vado invece a raccogliere una sera d’autunno, quando esaurito il soggiorno obbligato a Topolino lascio il Disney Magic World per Dolly, rivista formato tascabile per adolescenti inquiete. Mi chiama nel suo ufficio Vera Montanari, pasionaria del ‘68, comunista di ferro, un tempo barricadera di radio Popolare, ora giovane direttore emergente, piazzata dai vertici Mondadori a Dolly per tastarne le qualità.

La Montanari ne ha in abbondanza, sa anche scrivere, caso unico tra i direttori dei femminili. Ha un ego così smisurato che l’open space stenta a contenerlo, siede sulla sua poltrona di direttore di questo minuscolo giornale come fosse in via Solferino.

“Dolly non è da meno di Epoca o di Panorama” mi dice mentre ci parliamo per la prima volta quella sera.

Mi viene da sorridere. Un po’. Qui è difficile capire quando un direttore parla sul serio. La Montanari non scherza. Il colloquio dura parecchio, lei mi spiega che cosa è Dolly, qual è il suo pubblico, che tipo di lettrici vanno in edicola ogni settimana. Io ascolto, annuisco, mostro curiosità. Mi sento ancora una volta gettato in un mondo che non mi appartiene. Dolly, Mani di Fata o Tuttoncinetto è lo stesso. Per la Montanari invece non è così. Dolly è una nave da guerra, il giornale della fascia giovani che vende di più in Italia, un cult per le bambine, il settimanale che fa paura alla concorrenza, che ripulisce il mercato pubblicitario, che apre confini del giornalismo mai immaginati fino ad ora. Sarà.

La Montanari parla e s’infervora, spiega e si entusiasma, è un vulcano di progetti. E’ qui il giornalismo, dice. E indica una copia di Dolly su suo tavolo. Fermo lo sguardo sulla copertina dove non si capisce se una bambina o una donna non sviluppata sorride allusiva. Il direttore aggiunge che in una redazione di tutte donne ha bisogno di un uomo, come me. Chissà. Io resto della mia opinione. A meno che uno non sia un pedofilo, e questo non è precisamente il mio caso, difficilmente può immedesimarsi in lettrici di quindici anni. Le più vecchie, le altre ne hanno dodici.

Dunque sono a Dolly, come volevasi dimostrare. La mia scrivania si affaccia su un ramo del lago di Segrate. Accanto, a meno dieci metri, divisi dai pannelli verdi, ci sono i colleghi della redazione di Epoca e, dall’altra parte, quelli di Panorama. Sto in un panino. Sento le telescriventi, spio le riunioni di redazione, ascolto il battito del giornalismo di frontiera.

E comincio con i grandi temi di Dolly. Per un po’ mi occupo di servizi sulla musica rock. Ne so poco, sono rimasto ai Rolling Stones, ma m’impegno. Leggo, guardo i video, studio. Imparo a conoscere il linguaggio delle dolline, il loro modo di esprimersi, m’immedesimo in uno slang di pochi vocaboli essenziali. Le nostre lettrici non sono colte, non sono ribelli, non sono figlie della contestazione, non studiano volentieri, non hanno grandi obiettivi. Sono come tutte le bambine di quell’età. Credo. Quello che hanno in comune è un unico, gigantesco e irrinunciabile problema. Il sesso.

Sapere tutto, scoprirne ogni mistero, accumulare esperienze sempre diverse. Dodici anni e sesso. Maschi e sesso. Scuola e sesso. La Montanari lo capisce, lo dicono le indagini di mercato, lo vogliono i clienti pubblicitari che producono assorbenti. Perciò in pochi mesi trasforma Dolly da settimanale musicale ad una specie di manuale sul sesso. Se ne vanno gli ingenui rocchettari e arrivano pagine di consigli, suggerimenti, inchieste. Il primo bacio, la prima scopata, petting come se piovesse, dirlo alla mamma, tradire lui, tradire lei, toccarsi a scuola.

La Montanari sforna servizi con una fantasia che non immaginavo e io, sempre unico uomo in redazione, mi sento sempre più a disagio. Non so che fare. Non mi viene in mente nessun servizio, la rivoluzione per me si fa drammatica. Non mi sento di scrivere di sesso per bambine di undici anni. Manco per donne di quaranta o di sessanta. Figuriamoci di dieci. La Montanari lo capisce, nota il mio distacco sempre più marcato dal giornale, così un giorno mi convoca nel suo ufficio.

“Come avrai visto Dolly va verso un grande cambiamento” dice sorridendo. Ma ormai so che le sue sono labbra tese, non sorrisi. E? incazzata. Io non so che dire, come al solito. Mi avesse detto che invece dei reduci del Vietnam ci saremmo occupati delle repressioni nel Chapas avrei aperto un confronto, così non capisco neanche dove sono.

Ma la Montanari non usa giri di parole: “Tu dovresti seguire meglio questa fase di mutamento del giornale, mi sembri troppo assente. Come avrai notato, le nostre lettrici ci chiedono meno musica e più servizi sul personale”.

Lei il sesso lo chiama così. E aggiunge: “Ecco, qui sta il punto, che dovrebbe anche consentirti di seguirmi meglio. Ho deciso che a turno tutti dovremo occuparci della posta delle dolline. Tu compreso. Leggi le lettere che arrivano e rispondi. Impara a dare qualche consiglio, entra un po’ nella loro filosofia, vedi di capire i loro problemi. Guarda che è un compito delicato. Una settimana a testa. Voglio che cominci tu”.

Esco da quell’incontro con il morale sotto le scarpe. Che cosa ho da dire io alle dolline? Niente. Vado al bar. Appoggiato al banco c’è il collega Gian Piero Dell’Acqua, un grande. Sa tutto di cinema, ha girato il mondo come inviato, è uno scrittore. Ora è a Panorama. Ho letto il suo “Ciao Hemingway”, un libro di ricordi straordinario. Ha i capelli grigi, la faccia segnata, lunghe storie ancora da raccontare.

Torno a Dolly. Come si può bere un caffè vicino a Dell’Acqua e trenta secondi dopo stare qui? Per darmi una risposta le solerti colleghe, che non mi possono vedere, hanno provveduto a svuotare tre scatoloni di lettere sulla mia scrivania. Le dolline scrivono come forsennate, ogni giorno centinaia di missive, migliaia alla settimana. Segno che il giornale va alla grande.

Che cos’è un preservativo? Se lo bacio in bocca resto incinta? Come si fa l’ amore orale? Ho quindici anni e lui mi ha chiesto di fargli un pompino, ma esattamente la lingua dove la metto? Ho le tette piccole, sono disperata, lui mi ha lasciato per Katia, che devo fare? Lui ha quindici anni, io dodici ma non mi va di toccarlo lì, pensi che si scoccerà di me? Sono innamorata di uno grande di trentacinque anni che vuole fare all?amore con me, ma se sua moglie è sempre a casa come facciamo?

Tutte così, modello Nabokov. E oltre. Ne leggo cinquanta, una per una. Sono disperato. Cerco di capire, ma mi rendo conto che non potrò mai rispondere a una sola di queste scatenate Lolite. Sto con le lettere sul tavolo per tre giorni. Infilo un foglio nella macchina e scrivo: “Se non sai che cosa è l’amore orale vieni qui che te lo insegno io”. E’ l’unica risposta che mi sento di dare. Volgare ma onesta. Non so niente della psicologia infantile, dei drammi del’?amore, delle bambine e delle loro smanie. E soprattutto non lo voglio sapere.

Per essere bravi giornalisti si deve stare tra le gente, capire, osservare quello che accade. Ma se alla mia età mi metto a guardare ai giardini due quindicenni che slinguano è facile che mi arrestino. Già mi vedo con copie di Dolly sotto l’impermeabile davanti alle scuole medie. Per “immedesimarmi nella loro realtà”, come dice la Montanari.

Mi metto in tasca l’unica risposta che sono riuscito a scrivere in una settimana. Resto ancora un mese. La tengo preziosa. Qui si farà pure del giornalismo con le palle, comunque non più con le mie.

alan.ansen@yahoo.it